Iran.
Non è una “crisi”.
Non è una “fase delicata”.
Non è una “questione complessa”.
È uno Stato che ha paura del suo stesso popolo.
Ha paura delle donne che camminano a testa alta.
Ha paura dei giovani che gridano.
Ha paura dei telefoni, delle connessioni, delle parole.
E quando un potere ha paura, fa sempre la stessa cosa: reprime.
Si spegne internet. Si riempiono le carceri. Si riempiono le strade di sangue.
E dall’altra parte del mondo partono i comunicati:
“Monitoriamo con attenzione.”
“Invitiamo alla moderazione.”
“Situazione complessa.”
Traduzione: non ci riguarda abbastanza.
In Iran si muore per aver chiesto libertà.Qui si discute se sia opportuno “schierarsi”.
Come se i diritti umani fossero una posizione politica.Come se la dignità fosse negoziabile.
La verità è più scomoda: la repressione iraniana ci disturba solo finché resta notizia.
Poi diventa rumore di fondo. Poi sparisce.
Perché indignarsi costa. Perché prendere posizione crea attriti. Perché il silenzio è sempre più comodo della coerenza.
Ma attenzione: il silenzio non è neutrale.
Il silenzio è una scelta. E quasi sempre favorisce chi ha già il potere, le armi, le prigioni.
Quando donne vengono picchiate per un velo, quando ragazzi vengono arrestati per una frase, quando un popolo viene isolato dal mondo per non far vedere cosa accade, non servono analisi sofisticate.
Serve una parola semplice: ingiustizia.
Una domanda che dà fastidio: se domani accadesse qui, chi parlerebbe?
E chi direbbe che “è una situazione complessa”?
La storia è piena di regimi che sono caduti.
È anche piena di persone che dicevano di non sapere, di non poter fare nulla, di non voler prendere posizione.
Indovina chi non viene mai assolto.
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