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lunedì 10 novembre 2025

FRANKENSTEIN (2025) – di Guillermo del Toro-----La luce vince, sempre. Anche quando arriva tardi.

 Ho appena visto Frankenstein di Guillermo del Toro, e credo sia uno di quei film che ti restano addosso, come una carezza e una ferita insieme.

Non solo per la regia visionaria o la forza emotiva, ma per la bellezza visiva che toglie il fiato — un sogno gotico che pulsa di vita, dolore e poesia. Un messaggio  attraversa tutto il film — la luce che insiste, anche quando tutto sembra perduto.

Del Toro prende il mito di Mary Shelley e lo trasforma in una confessione intima: non c’è mostro senza dolore, e non c’è creatore senza colpa.
Oscar Isaac è un Victor Frankenstein dilaniato, un uomo che tenta di creare la vita e finisce per smarrire la propria.
Jacob Elordi, nella parte della Creatura, è straordinario: fragile e maestoso, un corpo cucito di tenerezza e rabbia, un’anima che cerca solo un raggio di luce.

Ogni fotogramma sembra un dipinto:

l’alba che si riflette sul ghiaccio come una promessa,
la fiamma che danza sul volto del mostro,
la neve che cade lenta su un cuore che finalmente si apre.
È un film che si guarda con gli occhi e con la pelle.

Ma ciò che più mi ha colpito è il messaggio che attraversa tutto: la luce che insiste, che scava, che non si arrende.
Anche tra i frammenti, tra le cicatrici, tra gli errori — la luce trova sempre il modo di tornare a splendere.

 È un film sull’empatia.Sulla paura di essere visti e il coraggio di mostrarsi lo stesso.Sull’amore che non salva, ma riconosce.

Frankenstein non fa paura: commuove.
Non urla: sussurra.
Ti accarezza con la malinconia dei perdenti e la forza di chi non smette di cercare la bellezza, anche nel buio.

 Del Toro non fa solo cinema: scolpisce emozioni.
Ogni lampo, ogni ombra, ogni respiro è parte di un universo dove la morte e la vita ballano insieme — e dove, per un istante, anche il mostro diventa luce.

E poi, la scenografia.
Sublime, sensuale, inquieta.
Castelli che sembrano sospesi tra sogno e rovina, corridoi illuminati da candele tremanti, laboratori che respirano come organismi vivi.
Le pareti trasudano memoria, i colori parlano: l’oro della redenzione, il blu della solitudine, il rosso del cuore che batte.
È un mondo costruito non solo per essere visto, ma sentito.
Un palcoscenico che amplifica ogni emozione, dove la materia si fa spirito e la luce, ancora una volta, vince l’oscurità.

Frankenstein non spaventa:  accarezza, ti scava dentro.
È un abbraccio tra l’oscurità e la speranza.
E quando arriva la luce — quella vera, interiore — capisci che persino il “mostro” può essere bellezza.

 Del Toro non fa solo cinema. Crea poesia fatta di carne e fulmini.
E in quell’attimo, quando la Creatura guarda verso il sole… ci siamo tutti noi.