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sabato 24 gennaio 2026

25 gennaio. Compio un altro giro intorno al sole.

 





Oggi è il mio compleanno.
Non lo vivo come una conquista,
ma come una presa d’atto.

Io sono sempre stata essenziale.
Non perché abbia scelto la sottrazione,
ma perché non ho mai saputo vivere nelle sovrastrutture.
Le superfici mi stancano.
Le mezze verità mi distraggono.
Le relazioni che chiedono di essere addolcite
prima ancora di essere vere
non mi hanno mai trattenuta a lungo.

Questa natura mi ha alienato molte conoscenze.
Non per mancanza di cura,
ma per eccesso di chiarezza.
Col tempo ho capito che non tutti cercano profondità:
alcuni cercano continuità,
altri rassicurazione,
altri una presenza che non interroghi troppo.

Io ho sempre interrogato.
Anche in silenzio.

 Nasco da questa postura interiore:
dalla necessità di uno spazio
in cui l’essenziale non venga ridotto,
in cui la misura non sia scambiata per distanza,
in cui la spontaneità non faccia paura.

Scrivere qui non è espormi,
è restare allineata.
È portare nel digitale lo stesso modo in cui sto nel mondo:
senza eccedere,
senza trattenermi,
senza compromessi inutili.

Questo compleanno non mi chiede di cambiare.
Mi conferma.

 Buon compleanno a me.
A ciò che sono sempre stata.
All’essenziale che resta.
E a tutto il resto che, legittimamente,
non mi appartiene. 


mercoledì 21 gennaio 2026

Mare grosso, pensieri a fondo

 A Livorno, in questi giorni, il mare non fa notizia: fa domande.

Le mareggiate arrivano senza chiedere permesso, come certi pensieri che tornano quando credevi di averli messi a tacere. Le onde sbattono contro gli scogli con una rabbia antica, ma non è distruzione: è memoria che insiste. Il mare non rompe, ricorda. Ricorda che nulla resta fermo, che anche ciò che sembra solido deve imparare a cedere, almeno un poco.

Camminando sul lungomare, con il vento che taglia la faccia e il sale che brucia sulle labbra, capisci che questa furia non è fuori da noi. È la stessa che sentiamo dentro quando la calma è solo una tregua, quando sotto la superficie qualcosa continua a muoversi. Le mareggiate non chiedono di essere fermate, ma ascoltate.

E Livorno, che col mare ci parla da sempre, oggi sembra dirci questo: non aver paura del rumore, della forza, dell’onda che arriva. Dopo ogni schianto, il mare si ritira. E in quel respiro, breve ma vero, c’è spazio anche per noi.



















martedì 20 gennaio 2026

Silenzio condiviso

Una foto muta può significare moltissimo,
a seconda di chi la guarda.
Non chiede di essere capita,
solo sentita.
Nel suo silenzio c’è spazio
per ciò che manca,
per ciò che resta,
per ciò che non ha mai avuto parole.
E noi, guardandola,
finiamo per incontrare
una parte di noi
che abbiamo scelto di nascondere.

 

L’uomo della panchina

 

Ogni giorno lo vedo seduto alla stessa panchina.
Cappello calcato sugli occhi, mani intrecciate sul grembo, come se stesse tenendo insieme qualcosa che non vuole perdere.

Non parla mai.
Non si muove molto.
Eppure, sembra osservare tutto: le auto che passano, i bambini che corrono verso scuola, le biciclette che scivolano sul marciapiede, i cani che tirano i loro padroni.

Ho cominciato a chiedermi chi sia davvero.
Un semplice spettatore della città?
O qualcuno che tiene in ordine i pensieri di tutti noi, senza farsi notare?

A volte passo accanto e lo vedo sorridere appena.
Non a me, non a nessuno in particolare. Sorrido anch’io, senza sapere perché.
È come se la sua presenza fosse un piccolo promemoria: il mondo continua, rumoroso e pieno di dettagli, anche quando tu non lo noti.

Mi chiedo cosa pensi, cosa ricorda, cosa sogna.
E non importa se non lo saprò mai.
Basta che stia lì, con il suo cappello sugli occhi, a ricordarmi che c’è vita intorno a me, anche nei gesti più piccoli, anche nelle pause silenziose.

Ogni giorno, quella panchina diventa un po’ più mia e un po’ più sua.
Un piccolo angolo dove il tempo si ferma, ma solo un attimo.
Poi la città riprende il suo passo, e noi con lei, un po’ più consapevoli, un po’ più attenti a ciò che ci circonda.






Tra una notizia e me

 C’è un luogo dentro di me dove le parole non sono solo informazioni.

Arrivano, si fermano, restano.
E a volte fanno più rumore del previsto.

In questi giorni leggo e mi accorgo che alcune notizie non passano. Non scorrono via come dovrebbero. Rimangono lì, appoggiate da qualche parte, e tornano fuori nei momenti più strani. Mentre preparo il caffè. Mentre guardo fuori dalla finestra. Mentre cerco di pensare ad altro.

Il web è pieno di voci. Alcune gridano, altre sembrano parlare solo a se stesse. Io non sempre so cosa rispondere. A volte non rispondo affatto. Mi limito a leggere e a sentire quel peso leggero — o pesante — che certe parole lasciano addosso.

Non è la notizia in sé.
È quello che risveglia.

Dietro uno schermo ci siamo tutti, con le nostre giornate storte, le frasi non dette, i pensieri che non trovano posto altrove. Scriviamo come possiamo. A volte male. A volte troppo. A volte con la speranza che qualcuno, da qualche parte, capisca anche solo un po’.

Internet, per me, è questo: un luogo dove finisco per mettere parti che non saprei dove altro lasciare. Non sempre mi riconosco in quello che leggo. Ma quasi sempre mi ci specchio, anche controvoglia.

E così una notizia smette di essere qualcosa che riguarda “gli altri”.
Diventa una vibrazione.
Un disagio. Una domanda.

Scrivere qui non è un ripiego.
È solo uno dei tanti modi che ho per stare in ascolto.
Per fermare un attimo quello che passa troppo in fretta, prima di tornare fuori, nelle voci vere, nei passi, negli sguardi.

Il web è una parentesi, non un confine.
Un luogo di passaggio dove lasciare tracce leggere,
sapendo che la vita continua altrove,
piena, rumorosa, imperfetta — e presente.




lunedì 19 gennaio 2026

Iran : complicità in diretta

 

Iran.
Non è una “crisi”.
Non è una “fase delicata”.
Non è una “questione complessa”.

È uno Stato che ha paura del suo stesso popolo.

Ha paura delle donne che camminano a testa alta.
Ha paura dei giovani che gridano.
Ha paura dei telefoni, delle connessioni, delle parole.
E quando un potere ha paura, fa sempre la stessa cosa: reprime.

Si spegne internet. Si riempiono le carceri. Si riempiono le strade di sangue.

E dall’altra parte del mondo partono i comunicati:
“Monitoriamo con attenzione.”
“Invitiamo alla moderazione.”
“Situazione complessa.”

Traduzione: non ci riguarda abbastanza.

In Iran si muore per aver chiesto libertà.Qui si discute se sia opportuno “schierarsi”.
Come se i diritti umani fossero una posizione politica.Come se la dignità fosse negoziabile.

La verità è più scomoda: la repressione iraniana ci disturba solo finché resta notizia.
Poi diventa rumore di fondo. Poi sparisce.

Perché indignarsi costa. Perché prendere posizione crea attriti. Perché il silenzio è sempre più comodo della coerenza.

Ma attenzione: il silenzio non è neutrale.
Il silenzio è una scelta. E quasi sempre favorisce chi ha già il potere, le armi, le prigioni.

Quando donne vengono picchiate per un velo, quando ragazzi vengono arrestati per una frase, quando un popolo viene isolato dal mondo per non far vedere cosa accade, non servono analisi sofisticate.

Serve una parola semplice: ingiustizia.

 Una domanda che dà fastidio: se domani accadesse qui, chi parlerebbe?
E chi direbbe che “è una situazione complessa”?

La storia è piena di regimi che sono caduti.
È anche piena di persone che dicevano di non sapere, di non poter fare nulla, di non voler prendere posizione.

Indovina chi non viene mai assolto.