Ogni giorno lo vedo seduto alla stessa panchina.
Cappello calcato sugli occhi, mani intrecciate sul grembo, come se stesse tenendo insieme qualcosa che non vuole perdere.
Non parla mai.
Non si muove molto.
Eppure, sembra osservare tutto: le auto che passano, i bambini che corrono verso scuola, le biciclette che scivolano sul marciapiede, i cani che tirano i loro padroni.
Ho cominciato a chiedermi chi sia davvero.
Un semplice spettatore della città?
O qualcuno che tiene in ordine i pensieri di tutti noi, senza farsi notare?
A volte passo accanto e lo vedo sorridere appena.
Non a me, non a nessuno in particolare. Sorrido anch’io, senza sapere perché.
È come se la sua presenza fosse un piccolo promemoria: il mondo continua, rumoroso e pieno di dettagli, anche quando tu non lo noti.
Mi chiedo cosa pensi, cosa ricorda, cosa sogna.
E non importa se non lo saprò mai.
Basta che stia lì, con il suo cappello sugli occhi, a ricordarmi che c’è vita intorno a me, anche nei gesti più piccoli, anche nelle pause silenziose.
Ogni giorno, quella panchina diventa un po’ più mia e un po’ più sua.
Un piccolo angolo dove il tempo si ferma, ma solo un attimo.
Poi la città riprende il suo passo, e noi con lei, un po’ più consapevoli, un po’ più attenti a ciò che ci circonda.
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