Con l’età, mi sto rendendo conto di una cosa che il mio io-Acquario ribelle, anticonformista e fiero della sua anarchia interiore non avrebbe mai voluto ammettere neppure sotto tortura astrologica: sto diventando… mia madre.
Lei, Vergine ascendente Scorpione: meticolosa al punto che Marie Kondo, al confronto, sembrava una dilettante; borghese nelle vene, con quel senso del “si fa così perché si è sempre fatto così” che per me, spirito libero, era un incubo adolescenziale. Io, invece, ero certa di essere nata per scardinare le regole, ribaltare i tavoli, mettere i piedi sul divano e il cuore in tangenziale.
E invece eccomi qui. A controllare due volte se il gas è chiuso. A piegare gli asciugamani “nel verso giusto” — e guai a me se qualcuno prova a contestarlo. A stilare liste, sotto-liste e post-it per ricordarmi i post-it. A lamentarmi in silenzio se qualcuno sposta una cosa dal posto dove “dovrebbe” stare… che poi è un posto che ho deciso io, senza alcun motivo razionale. Un tempo avrei definito tutto questo “decadimento strutturale dell’anima acquariana”. Oggi lo chiamo: martedì.
La parte ironicamente più tenera è che mi sorprendo sempre più spesso a usare sue espressioni. Quelle frasi che da giovane mi facevano sbuffare come un mantice, e che ora mi escono di bocca con la stessa naturalezza con cui soffiavo via i suoi consigli. Una sorta di possessione gentile, ma inevitabile. E ogni volta che succede, un po’ rido e un po’ mi commuovo.
Perché, diciamolo, mia madre era un universo intero: complicata, affilata, orgogliosa, elegante, profondamente affettuosa nel suo modo esatto, preciso, calibrato. Io, che mi vantavo di essere tutta intuizione, caos creativo e indipendenza cosmica, sto scoprendo che di lei mi è rimasto in tasca molto più di quanto sospettassi. Sono diventata una versione aggiornata — con più dubbi, più ironia, e forse più consapevolezza — di quella donna che, tutto sommato, è stata il mio primo punto fisso in un cielo pieno di stelle.
Forse crescere è proprio questo: vedere che quelle abitudini che combattevi come fossero mostri mitologici erano in realtà piccoli gesti di cura. Che quelle manie che giudicavi così severamente erano solo modi di tenere insieme il mondo. E che diventare simili a chi ci ha amato — anche se in un linguaggio diverso dal nostro — è una specie di eredità invisibile, la più potente.
Forse crescere è proprio questo: scoprire che le eredità più profonde non sono quelle che volevamo… ma quelle che, alla fine, ci fanno sentire più interi.
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