"Darei la vita per tornare a casa e ritrovarmi una volta a tavola con tutti quelli che ho amato. I presenti, gli assenti, i lontani. E non importa che avremmo poco o nulla da dirci e che resteremmo senza parole, sorpresi e stregati di ritrovarci per una volta insieme, vivi.
Non ci diremmo nulla perché vorremmo dirci troppo, saremmo presi dalla voglia di vederci, di toccarci, le sole presenze parlerebbero al nostro posto. Stupiti di esserci. A ciascuno direi senza dirlo: non ti chiedo nulla, mi basta sapere che ci sei, solo che ci sei.
Vi chiederei solo di riprendere il vostro posto di sempre a tavola, anche tu, mamma, siediti per favore, non stare sempre in piedi. E con noi i figli, i nipoti, le zie, e altri cari, come nei giorni di festa. Mi basterebbe guardarvi e vedere che tra voi vi guardate e di ciascuno sentite la grazia del ritorno.
A fianco, a mangiare lo stesso pane, la stessa pasta al forno, con le movenze di sempre, i passaggi di bottiglie e pietanze, il lento scrosciare di mescite, il mormorio di posate che toccano i piatti. (...)
Per ciascuno di voi darei la vita, figuriamoci per avervi tutti insieme, seppure solo per un pranzo, rubato al tempo, sfuggito al passato. Passerei quell’ora come un estratto d’eternità. E me ne andrei sazio, nella pienezza dell’istante.
Se il tempo è illusorio e sparge fantasmi e ogni tempo svanisce nel giro delle sequenze, lasciate che ognuno si fermi al fotogramma illusorio che più gli sta a cuore.
Non so che legami d’origine abbia l’etimo di famiglia con la fame, ma penso che la famiglia sia il luogo in cui si esaudisce la fame originaria che è alla base della nostra vita dal suo concepimento e poi ci accompagna lungo la strada.
Ritorno a casa, metafora di un più grande ritorno a una più grande casa”.
Ci sono persone che, quando entrano nella tua vita, non lo fanno in punta di piedi: arrivano come vento pieno, come fragore che non puoi ignorare.
Silvio — per noi SignoredeiSogni — è proprio così. Un uomo grande, sincero, passionale, che dell’amicizia ha fatto un valore sacro, quasi una forma di devozione.
Ha quel modo tutto suo di vivere le emozioni: a volte infantile, irruento, persino esagerato… ma sempre vero. Mai una parola detta per metà, mai un sentimento trattenuto per convenienza. Silvio è trasparente come pochi: il cuore lo porta all’esterno, e forse per questo si imbroncia quando viene contraddetto e si infuria quando si sente tradito.
Ma anche questo fa parte della sua autenticità, di quella purezza che non ha paura di mostrarsi, di quella delicatezza “scomposta” che lo rende umano nella forma più bella.
In lui convivono l’ironia che salva e la serietà che pesa, la dolcezza che sorprende e la forza che sostiene.
È l’amico che tutti vorremmo: quello che c’è quando serve, quello che sa abbracciare anche senza usare le braccia, quello che ti guarda davvero.
A te, Silvio, uomo grande e complicato, semplice e profondo allo stesso tempo: grazie per essere come sei.
Perché la tua amicizia non si vive, si custodisce. E si sente. Sempre.
Quest’anno ho deciso di vivere il Natale con realismo. Basta illusioni: voglio solo cose raggiungibili. Tipo trovare un parcheggio sotto le feste. O finire il panettone prima della scadenza(e cioè il prossimo anno a primavera).
Proposito n.1: Accettare serenamente che l’unico uomo costante nella mia vita rimane il fattorino che mi porta i pacchi. Lui sì che sa come trattarmi: suona, consegna e non chiede nulla.
Proposito n.2: Quando i parenti chiederanno “Allora, un nuovo amore?”, rispondere con un sorriso professionale e lo stesso tono con cui, da medico, dico “Vedremo gli esami”. Neutrale, ma con aspettativa zero.
Proposito n.3: Tenere a distanza i classici “magari quest’anno...!”: certo, come no. Magari arriva anche un unicorno che mi stira le camicie.
Proposito n.4: Ricordarmi che essere single ha i suoi vantaggi: nessuno che russa, nessuno che commenta il mio pigiama anti-sesso e nessuno che mi dice “ma sei sicura di avere bisogno di un altro caffè?”.
Sì, ne ho bisogno. E lo prendo.
Proposito n.5: Regalarmi un Natale senza drammi: solo lucine, dolci, e la consapevolezza che la storia più lunga e affidabile che ho è quella con il mio divano. Ed è una relazione sana, stabile e senza sorprese.
Proposito n.6: Fare pace col fatto che le uniche scintille che vedrò a Natale saranno quelle del caminetto…
Proposito n.7: Non farsi ingannare dalle canzoni natalizie che promettono baci sotto il vischio. L’unica cosa che ho baciato l’anno scorso è stata una coppa di spumante.
Proposito n.8: Evitare i cinepanettoni sentimentali dove la protagonista trova l’amore in tre giorni. Io in tre giorni trovo a malapena il tempo di finire la lavatrice.
Proposito n.9: Ricordarmi che la cosa più vicina alla magia del Natale è quando trovo qualcosa al 70% di sconto.
Proposito n.10: E soprattutto… imparare a godermi la mia compagnia. Perché alla fine, tra me e me, litigo e faccio pace giusto il tempo di scartare un cioccolatino.
E poi, tra una risata sarcastica e un brindisi anticipato, mi capita ancora di pensarci: al senso dell’amore.
A quella cosa misteriosa che si infila tra un ricordo e un respiro, e che nonostante tutto continua a bussare da qualche parte dentro di noi.
Non è nostalgia da film strappalacrime, né quella roba zuccherosa da bigliettino di San Valentino.
È più una consapevolezza tranquilla: l’amore, quello vero, non è necessariamente una persona seduta sul divano accanto a te. A volte è la memoria di un abbraccio che ti ha fatto bene, anche se appartiene al passato.
È la certezza che, malgrado i capitoli che si sono chiusi in modo brusco o assurdo, ci sono stati momenti sinceri, puliti, che hanno lasciato tracce buone.
E forse è questo che fa un po’ tenerezza: rendersi conto che nonostante tutto, dentro di noi non si spegne mai del tutto quella piccola luce che ci ricorda cosa si prova a essere scelti, visti, desiderati.
Non è rimpianto, non è rimorso. È solo la memoria di un calore che in qualche modo continua a far parte di noi.
E mentre ci diciamo che “non ci crediamo più”, la verità è che non abbiamo smesso del tutto. Semplicemente, abbiamo imparato a volerci più bene.
E a concederci il lusso di aspettare qualcosa che non sia perfetto e che non ci voglia sempre perfette.
Perché alla fine, l’amore non è una promessa da rispettare a Natale, né un colpo di scena studiato per farci commuovere sotto le lucine dell’albero.
È qualcosa di molto più semplice e più difficile allo stesso tempo: è riconoscere quando qualcuno ci fa stare bene senza chiederci di essere diverse da ciò che siamo.
E se non arriva, non significa che abbiamo fallito.
Significa solo che la nostra storia ha un ritmo diverso, e che nel frattempo possiamo continuare a coltivare tutto ciò che ci rende vive: relazioni , passioni sincere, e quella capacità – ostinata, quasi testarda – di ricominciare
E questo richiede tempo, pazienza, e soprattutto onestà brutale con noi stesse.
Richiede il coraggio di guardare le ferite, senza farci definire da esse.
Qualcuno, una volta, mi chiamò “incursore” proprio per questa capacità testarda di non arrendermi mai.
E forse aveva ragione: entro ed esco dalle difficoltà, dalle delusioni, dalle ripartenze, con una tenacia che a volte stupisce anche me.
Non per eroismo, ma per necessità. Perché andare avanti è l’unica direzione possibile.
Forse l’amore, quello autentico, non arriva come un regalo improvviso.
Forse si riconosce solo quando abbiamo fatto abbastanza pace con noi stesse da sentirlo senza paura.
E' quella forza silenziosa che ci spinge sempre un passo più avanti.
Non è una favola.
È la vita.
E a volte, essere “incursori” è già una grande forma d’amore.
Ah, eccola qui, la cartolina delle “magnifiche origini” che certa gente vorrebbe tanto ritrovare: una litografia del 1559 in cui il malcapitato paziente, probabilmente già pentito di essere nato, viene placcato da tre energumeni mentre il “medico” — che più che un dottore sembra un fabbro distratto — gli armeggia nella zona inguinale con una tenaglia degna di un’officina medievale.
Ma certo, torniamo alla natura!
Torniamo ai bei tempi in cui l’anestesia era un’idea lontana, l'asepsi una fantasia, e il massimo della tecnologia sanitaria era “speriamo non muoia”.
Immaginate la scena: “Tranquillo, è solo un’ernia. Stai fermo. Anzi, fermatelo voi… e passatemi quella pinza da carpentiere, grazie.”
E ogni volta che qualcuno sospira “ah, quando si stava meglio senza modernità”, basta mostrargli questo capolavoro.
Un promemoria vivace — e vagamente traumatico — di cosa significhi vivere “secondo natura”: dolore, improvvisazione artigianale e un altissimo rischio di passare dal medico al prete in due minuti netti.
La tecnologia non è un menù à la carte: non puoi prendere lo smartphone e lasciare l’anestesia, tenerti Netflix ma rifiutare i vaccini
Non puoi evocare la ‘vita semplice’ mentre pubblichi lo status su un telefono che ha più potenza di calcolo di tutti gli astronomi del Rinascimento messi insieme.
Fare i nostalgici solo quando fa comodo è facile: nessuno però rinuncia al Wi-Fi per farsi operare con una tenaglia del 1559.
Quindi sì, evviva il ritorno al passato…
…ma magari solo in litografia, grazie.
Intervento su un'ernia inguinale nel XVI secolo. Per tenere fermo il paziente erano necessarie tre persone (due per la parte superiore del corpo e una per tenere aperte le gambe del paziente).
Dal volume di Kaspar Stromayr intitolato "Practica Copiosa", del 1559.
Visto che ormai pare tutti abbiano detto la loro, tocca anche a me dire la mia sulla raccapricciante vicenda della famiglia nel bosco.
Partiamo dalle premesse: si tratta di una famiglia di extracomunitari clandestini, una coppia con bambini, senza permesso di soggiorno, che occupavano un rudere inagibile e relativo terreno circostante comprati per quattro spicci, in mezzo ai boschi dell'Abruzzo, assieme a qualche animale da cortile, senza che fino ad un anno fa nessuno o quasi sapesse della loro esistenza.
Rudere senza acqua corrente, riscaldamento, servizi igienici, stanze separate, elettricità (tranne per un ridicolo singolo pannello fotovoltaico).
Nulla di nuovo, si direbbe: quelle stesse condizioni di degrado le abbiamo viste altre volte tra gli immigrati clandestini, dove la miseria economica va spesso di pari passo con quella culturale e talvolta ahimé anche morale.
La novità peró questa volta é che la coppia é anglo-australiana, e quel degrado sarebbe una scelta di vita "sana", lontana dalla civiltà ed a contatto con la natura, fedele al mito del "buon selvaggio" di Rousseau, se solo i due imbeciIIi sapessero chi fosse.
Cosí succede che i due sempIiciotti (lui sedicente chef incapace di riconoscere i funghi commestibili, lei sedicente sensitiva incapace di predire l'arrivo delle forze dell'ordine), forse convinti che la natura sia benevola e tutti i suoi generosi frutti siano salutari, avvelenano i figli con i funghi, e devono cosí ricorrere all'ospedale, figlio di quella civiltà corrotta e corruttrice che tanto disprezzano, e relative cure mediche, ovviamente gratuite, ovvero pagate da quei cittadini corrotti dal sistema schiavista al punto da dover persino lavorare e pagare le tasse, anziché passare la giornata a rincorrere farfalle nel bosco.
Ma del resto, l'alternativa sarebbero state tre piccole fosse sul retro del rudere, visto che tre bare bianche e relativo funerale, sarebbero costate soldi che non avevano, e che non avrebbero fatto in tempo a racimolare col solito crowdfounding acchiappagonzi in cui si sono già dimostrati esperti.
Quando i tre pargoletti arrivano in ospedale, ed i sanitari si danno da fare interferendo inopinatamente con quelle leggi di Darwin cui i due ammmmorevoli genitori sono devoti, si rendono conto subito che c'è qualcosa che non va, non fosse altro che i due imbeciIIi si oppongono al sondino nasogastrico necessario per salvarli, perché i bambini "non debono mai entrare in contatto con la plastica bruta e kativa".
I sanitari si rendono anche conto che i bambini hanno comportamenti strani, al punto da sospettare un ritardo nello sviluppo psicofisico rispetto alla loro età.
E probabilmente capiscono anche che non hanno mai visto un pediatra, un dentista o un oculista, né hanno mai fatto alcuna profilassi vaccinale.
Del resto, se vivi come vivevano i contadini delle aree piú degradate due secoli fa, devi anche accettare il fatto che c'era un motivo se la loro aspettativa media di vita era di 35 anni, e metà dei figli non arrivavano all'età adulta...
O forse pensavi che vivere in un rudere senza acqua corrente e riscaldamento tra muffe, pulci e marcescenze, cagando in un buco nel bosco, pulendoti il culo con le mani nude, senza uno spazzolino da denti perché vuoi evitare la plastica, e pisciando tutti assieme in un pitale vicino alla stufetta ed al pagliericco dove dormi, fosse una vita salubre, specialmente per i tuoi figli?
Perché magari quando c'è l'ammmmore c'è tutto, ed al resto provvederà madre natura, a partire da pulci, pidocchi, zecche, cimici, parassitosi e carie?
Al che i sanitari decidono giustamente di segnalare la famiglia di mentecatti ai servizi sociali (si badi bene che questo accadeva oltre un anno fa), i quali con la massima discrezione e delicatezza (nonostante le opposte ricostruzioni di quel cogIione di Salvini e delle anaIfacapre delle destre populiste, che non perde mai occasione di ricordarci quanto il suffragio universale sia un'idiozia) iniziano ad avvicinare la famigliola nel bosco, per vederne le effettive condizioni di vita.
E scoprono, oltre a quanto sopra, che i bambini non hanno nessun contatto con coetanei, sono completamente alienati da socializzazione, educazione, sport... nemmeno lo studio è garantito, perché i due cerebroIesi di genitori non gli fanno homeschooling (ovvero un programma didattico in famiglia che segue comunque quello ministeriale, con relativi esami periodici, che è completamente legale), ma scelgono l'unschooling (nessun programma, studino il cazzo che vogliono, quando vogliono, e se gli garba... quello che devono davvero imparare, lo imparano dagli alberi e dagli animali da cortile che tengono nel rudere).
Scoprono anche che hanno già cambiato QUATTRO Stati per non sottostare a quegli stessi obblighi che anche l'Italia vorrebbe rispettassero, se non altro in quanto ce lo impone la CONVENZIONE SUI DIRITTI DELL'INFANZIA E DELL'ADOLESCENZA, approvata, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia con la legge 176/1991.
Ma un anno di trattative non risolvono nulla, i due imbeciIIi rimangono fermi sulle loro posizioni.
Come massima concessione accettano un'insegnante molisana che forse prova a trasformare l'unschooling in homeschooling, senza successo.
Addirittura il Comune gli offre di aiutarli a rendere il rudere agibile e magari ottenerne almeno l'abitabilità (servizi igienici con fossa biologica, acqua corrente, tramezze divisorie, corrente eletteica, serramenti ecc.), ma i due sciroccati rifiutano.
Alla fine, dopo un anno, intervengono le forze dell'ordine, che NO, NON SOTTRAGGONO i bambini ai genitori, ma impongono semplicemente a tutta la famiglia il trasferimento in una struttura abitabile.
Tuttavia mentre la madre ci si trasferisce con i figli (la cui frequentazione a quel punto segue le norme sulle situazioni a rischio, dato che pare evidente si abbia a che fare con degli squilibrati), il padre decide di rimanere nei boschi a badare alle bestie.
Si noti che l'intervento era inderogabile, posto che ai minori sono negati almeno tre diritti costituzionali fondamentali: salute, istruzione e socializzazione.
Questa la storia vera, sic et simpliciter.
Su cui tuttavia orde di imbeciIIi populisti, mammine pancine, animelle belle, ed i loro vergognosi politici di riferimento sempre pronti a vendere la madre (che comunque l'ha sempre fatto per professione) per quattro voti in piú, hanno iniziato a cavalcare la solita narrazione contro la magistratura (che dovrebbe occuparsi dei figli dei Rom), l'unione europea (che non c'entra nulla, ma ci sta bene con tutto), lo stato asfissiante che interferisce con i diritti dei genitori di aIIevare i figli come gli garba, big pharma che li vuole vaccinare e fare ammalare, gli assistenti sociali che distruggono famiglie e rapiscono bambini (vi ricordate di Bibbiano?), e tutta la solita serie di idiozie tipiche dei sempIiciotti cui ci si ostina, inspiegabilmente, a riconoscere il diritto di voto.
Per cui, se siete tra questi ultimi, e non vi è chiaro che quei due genitori sono dei pericolosi imbeciIIi i cui figli vanno tutelati, andatevene fuori dai coglioni, che questo non è il posto giusto per i mentecatti.
Quando ti trovi davanti a La bambina malata di Kristian Krohg, non hai il tempo di prepararti.
Non ti accarezza, non ti accompagna.
Ti colpisce.
Come uno schiaffo improvviso, di quelli che ti lasciano il volto caldo e l’anima senza fiato.
Perché questo quadro non chiede il permesso di entrare dentro di te: ci entra e basta.
E tu senti subito quella stretta allo stomaco, come se la stanza dipinta fosse la tua, come se quella luce smorzata ti riguardasse da vicino.
La madre, con il suo volto devastato, ti guarda senza guardarti: e tu riconosci esattamente quel tipo di paura, quella disperazione che non ha voce ma ha un peso.
E la bambina… così fragile ti si pianta nel petto con una forza che non ti aspetti da un corpo così piccolo.
Krohg non rappresenta soltanto una scena.
Ti scaraventa davanti a una verità che spesso evitiamo.
E tu, davanti a questo quadro, non puoi più fingere di non saperlo.
È uno schiaffo, sì.
Uno schiaffo che però ti sveglia, ti scuote, ti ricorda che la vita è così: crudele e tenerissima allo stesso tempo.
Che la fragilità è parte di noi.
Che la sofferenza degli altri non è mai distante davvero.
E quando ti allontani, lo senti ancora sulla pelle.
Quel colpo.
Quel dolore.
Quella verità che non puoi più ignorare.
La bambina, così piccola e pallida, sembra galleggiare tra due mondi, e tu ti ritrovi a sperare per lei, come se la tua speranza potesse bastare a trattenerla un po’ più a lungo.
In questo quadro, Krohg ti fa toccare con mano l’impotenza più profonda, quella che hai provato almeno una volta, o che temi di provare.
E proprio per questo, ti ricorda una verità che non si dimentica:
che il dolore più grande è il prezzo dell’amore più vero.
Krohg ti mette davanti a un istante sospeso tra la vita e l’addio.
Ti chiede di restare lì, anche se fa male.
Perché ogni pennellata è un soffio di dolore, un nodo in gola, un ricordo di tutte le volte in cui sei rimasto impotente davanti a ciò che stava sfuggendo dalle tue mani.
Questo quadro non ti lascia andare.
Ti attraversa, ti ferma, ti ricorda che la vulnerabilità fa parte della nostra storia.
Ho appena visto Frankenstein di Guillermo del Toro, e credo sia uno di quei film che ti restano addosso, come una carezza e una ferita insieme.
Non solo per la regia visionaria o la forza emotiva, ma per la bellezza visiva che toglie il fiato — un sogno gotico che pulsa di vita, dolore e poesia. Un messaggio attraversa tutto il film — la luce che insiste, anche quando tutto sembra perduto.
Del Toro prende il mito di Mary Shelley e lo trasforma in una confessione intima: non c’è mostro senza dolore, e non c’è creatore senza colpa.
Oscar Isaac è un Victor Frankenstein dilaniato, un uomo che tenta di creare la vita e finisce per smarrire la propria.
Jacob Elordi, nella parte della Creatura, è straordinario: fragile e maestoso, un corpo cucito di tenerezza e rabbia, un’anima che cerca solo un raggio di luce.
Ogni fotogramma sembra un dipinto:
l’alba che si riflette sul ghiaccio come una promessa,
la fiamma che danza sul volto del mostro,
la neve che cade lenta su un cuore che finalmente si apre.
È un film che si guarda con gli occhi e con la pelle.
Ma ciò che più mi ha colpito è il messaggio che attraversa tutto: la luce che insiste, che scava, che non si arrende.
Anche tra i frammenti, tra le cicatrici, tra gli errori — la luce trova sempre il modo di tornare a splendere.
È un film sull’empatia.Sulla paura di essere visti e il coraggio di mostrarsi lo stesso.Sull’amore che non salva, ma riconosce.
Frankenstein non fa paura: commuove.
Non urla: sussurra.
Ti accarezza con la malinconia dei perdenti e la forza di chi non smette di cercare la bellezza, anche nel buio.
Del Toro non fa solo cinema: scolpisce emozioni.
Ogni lampo, ogni ombra, ogni respiro è parte di un universo dove la morte e la vita ballano insieme — e dove, per un istante, anche il mostro diventa luce.
E poi, la scenografia.
Sublime, sensuale, inquieta.
Castelli che sembrano sospesi tra sogno e rovina, corridoi illuminati da candele tremanti, laboratori che respirano come organismi vivi.
Le pareti trasudano memoria, i colori parlano: l’oro della redenzione, il blu della solitudine, il rosso del cuore che batte.
È un mondo costruito non solo per essere visto, ma sentito.
Un palcoscenico che amplifica ogni emozione, dove la materia si fa spirito e la luce, ancora una volta, vince l’oscurità.
Frankenstein non spaventa: accarezza, ti scava dentro.
È un abbraccio tra l’oscurità e la speranza.
E quando arriva la luce — quella vera, interiore — capisci che persino il “mostro” può essere bellezza.
Del Toro non fa solo cinema. Crea poesia fatta di carne e fulmini.
E in quell’attimo, quando la Creatura guarda verso il sole… ci siamo tutti noi.
Un uomo che perde la sua vita normale. Un desiderio che sopravvive al tempo, alla morte, e attraversa secoli. Un’anima che vaga in eterno, non per vendetta, non per fame, ma per amore. È questa la visione che Luc Besson dà del mito del vampiro in Dracula – L’amore perduto.
Nel XV secolo, il principe Vladimir perde la sua adorata Elisabeta. Questo dolore lo spinge a rinnegare la fede, a condannarsi all’immortalità.
Poi, quattrocento anni dopo, nella Parigi della Belle Époque, rivede una donna che le somiglia. E la speranza — l’unica ancora davvero umana che gli resta — rinasce.
Non è solo sangue e notte, ma quiete disperazione: un uomo condannato dalla sua perdita, che dedica la sua esistenza a cercare ciò che ha perduto. Non è solo il vampiro che teme la luce: è l’amante che teme l’oblio. È l’amore che teme di essere dimenticato.E chi non ha mai desiderato che un solo sguardo, una sola promessa, potesse vincere la distanza, il tempo, l’ineluttabile?
Ci fa sognare perché ci ricorda che il vero amore non chiede tempo, non teme la morte. È un filo invisibile che attraversa gli anni, che si tiene stretto anche quando tutto sembra perduto. Perché ci mostra che anche un essere maledetto — eterno — può custodire un cuore umano.
“È una storia d’amore su un uomo che aspetta 400 anni la reincarnazione dell’amore.”
Un film che non parla di mostri… ma di ciò che ci rende umani: la capacità di amare, anche quando fa male.
Lui l’ha cercata per secoli...
tra ombre e stelle, tra sogni e sangue.Non è un mostro.È un uomo che ama troppo,che ha sfidato la morte pur di non dimenticare.Ogni volto che incontra potrebbe essere il suo,ogni sguardo, una ferita che si riapre.Perché il vero tormento non è la sete di sangue...ma la fame di un’anima che riconosce la sua metà.
E tu?
Hai mai amato qualcuno così tanto
da voler fermare il tempo solo per un altro istante insieme?