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martedì 30 dicembre 2025

Una lettera per te, senza risposta.

 Amica mia,

ti scrivo non per consolarti, né per dirti che “passerà”, perché so quanto queste parole, quando il dolore è vero, suonino vuote. Ti scrivo per stare dentro a ciò che stai vivendo, senza edulcorarlo, senza trasformarlo in una lezione morale o in un elenco di buoni consigli.

Il male d’amore che nasce dall’incomprensione è uno dei più laceranti. Non è il dolore di chi è stato semplicemente lasciato, ma di chi sente di non essere stato davvero visto. È una ferita sottile, perché non riguarda solo l’altro, riguarda la propria identità: se non mi ha compresa, allora chi sono io per lui? E, peggio ancora, chi sono io per me?

Quando l’incomprensione diventa il centro di una relazione, l’amore smette di essere uno spazio condiviso e si trasforma in un luogo di traduzione fallita. Tu parli una lingua emotiva, lui un’altra. Non perché uno dei due sia incapace di amare, ma perché amate partendo da mappe interiori diverse. E il dolore nasce proprio lì: nello sforzo continuo di spiegarsi, di chiarirsi, di farsi capire, come se l’amore fosse una negoziazione permanente invece che un riconoscimento.

C’è una crudeltà silenziosa nell’incomprensione: non urla, non insulta, non colpisce apertamente. Ti logora lentamente. Ti porta a dubitare delle tue emozioni, a ridimensionarle, a chiederti se stai esagerando, se sei troppo sensibile, troppo complessa, troppo. E mentre cerchi di semplificarti per essere amata, perdi contatto con ciò che sei davvero.

Il male d’amore, in questi casi, non è solo la mancanza dell’altro, ma la frattura interna che si crea quando per troppo tempo ti sei sentita sola anche se eri proprio lì. Perché la vera solitudine non è l’assenza, è non " incontrarsi". È parlare e non essere ascoltati al punto giusto. È amare e non sentirsi riconosciuti nella propria sincerità emotiva.

So che una parte di te continua a tornare lì, a quelle conversazioni mai finite, a quelle frasi che “se solo avessi detto meglio…”. Ma l’incomprensione profonda non si risolve con le parole giuste. Non è un errore di comunicazione, è una distanza di sguardo. Ma non tutto ciò che è distante può essere avvicinato senza che qualcuno smetta di essere se stesso.

Questo dolore ti sta chiedendo qualcosa di scomodo ma essenziale: smettere di misurare il tuo valore sulla capacità di essere capita da chi non ha gli strumenti per farlo. Non perché tu sia “troppo”, ma perché sei specifica. E ciò che è specifico non è per tutti.

Non ti sto dicendo di essere forte. Ti sto dicendo di essere onesta con il tuo dolore, di attraversarlo senza romanticizzarlo, senza trasformarlo in una storia da raccontare meglio. Questo non è un tuo fallimento dell’amore, è una rivelazione: l’amore non basta quando manca la comprensione reciproca. E questo non toglie dignità a ciò che hai provato.

Resta con te, anche mentre fa male. Non cercare subito un senso, non cercare subito una via d’uscita, una soluzione. Alcune ferite non chiedono di essere curate in fretta, ma ascoltate fino in fondo. Perché solo così smettono di definire chi siamo.

Io sono qui. Non per dirti cosa fare, ma per ricordarti chi sei e quanto vali anche adesso che fai fatica a riconoscerti.

Con tutto l’affetto possibile. 

Francesca




lunedì 29 dicembre 2025

Ciò che precede il nome



C’è una forza che precede il nome delle cose.
Non chiede, non avverte, non si lascia trattenere.

Attraversa i corpi, le epoche, le scelte,
e lascia ovunque il segno di un passaggio inevitabile.

È tensione, è slancio,
è ciò che rompe l’equilibrio e rende necessario il movimento.

In essa l’amore diventa vasto come il mondo,
il desiderio perde forma e diventa direzione,
la passione smette di appartenere a qualcuno
e diventa destino condiviso.

Non consola, non promette:
spinge, trascina, trasforma.

E chi la sente non cerca più rifugio, ma verità. 

Anno nuovo, passo esatto

 Il nuovo anno mi trova inquieta.

Non composta, non pacificata.
In movimento, anche quando sto ferma.

Non sono paziente, non lo sono mai stata.
Io sento prima di capire,
voglio subito,
e quando rimando non è saggezza:
è perché non so dove mettere l’urgenza
senza fare danni.

Porto addosso una colpa precisa:
quella di aver forzato il silenzio
quando dentro c’era rumore.
Di  essermi trattenuta per paura di eccedere,
di essere troppo,
di chiedere troppo,
di perdere tutto.

So quando mi sono tradita:
non aspettando,
ma fermandomi.
Facendo finta di poter contenere
ciò che per natura straripa.

Questo nuovo anno non lo voglio calmo.
Lo voglio esatto.

Non più compromessi interiori,
non più trattative con ciò che so già.
Voglio stare dove sono,
anche quando è scomodo,
anche quando non è risolvibile subito.

Non credo nel perdono come passaggio obbligato.
Io non assolvo,
non riscrivo il passato per renderlo sopportabile.
Lascio le cose dove sono state
e continuo a camminare.

Per me andare avanti
non è chiudere in pace,
è non tornare più indietro.

Il nuovo anno non è una svolta.
È una resa al vero.

Ci entro senza proclami
e senza difese nuove.
Con la consapevolezza netta
che ignorarmi mi costa più
di qualsiasi conseguenza.

Che questo nuovo anno non vi trovi appiattiti sulle apparenze,
né ad aspettare che la vita vi conceda il permesso di essere veri.
Che vi incontri nell’urgenza dei vostri desideri,
nella limpidezza dei vostri passi,
senza scuse, senza compromessi.
Che sia un anno di esattezza,
per ognuno di noi,
nel coraggio di restare fedeli a ciò che siamo.





lunedì 22 dicembre 2025

Tra un gesto e un’idea

 Oggi ho deciso di prendere la strada stretta che percorriamo sempre dopo il bar, quella con le foglie gialle che si accumulano vicino ai lampioni e il rumore dei passi che rimbomba tra i muri bassi delle case, e per un attimo ho pensato a come tu ti muovi sempre nello stesso punto quando arrivi qui. Ho preso il caffè al solito bar, quello con le tazze rotte ma che conosciamo a memoria, e ho guardato fuori senza nemmeno accorgermene. Mi sono sorpresa a pensare che tu probabilmente stai facendo la stessa cosa in qualche angolo della città, senza sapere che io ci sto pensando.Ho camminato piano, quasi come se volessi allungare quel momento, e mi sono sorpresa a immaginarti lì, fermo davanti alla stessa finestra al terzo piano, il gesto che fai sempre quando guardi fuori, come se cercassi qualcosa che solo tu sai.  

Per un attimo ho sorriso da sola, pensando a come ogni piccolo dettaglio di te – quel modo strano di muovere le mani, , la tua risata che a volte parte senza motivo – riesca a rendere tutto il resto più vivido. Non c’era bisogno di parlarsi, non ancora, eppure sentivo la tua presenza come se fossi lì, accanto a me, nella stessa aria, nello stesso silenzio condiviso senza parole.

Ho continuato a camminare, e ogni passo sembrava legato a quell’immagine: il tuo sguardo che si ferma su qualcosa di insignificante e lo trasforma in un piccolo rituale che solo io ho notato, solo io so leggere. Mi sono resa conto che certe connessioni non hanno fretta, non hanno bisogno di conferme immediate: esistono già nelle abitudini, nei gesti ripetuti, nelle piccole cose che agli altri sembrano invisibili.

E mentre il vento mi portava l’odore del caffè dal bar all’angolo, ho sentito quella strana leggerezza, un’energia silenziosa che non pesa, che non delude. È la certezza che certe persone, anche se solo immaginate in un momento come questo, hanno già il potere di cambiarti la percezione del mondo, di rendere il quotidiano più vivo, più tuo, più vero.




Specchi rotti: messaggio per Fox

 C’è una categoria di persone che ti acolta...... 

E poi parla. Parla tanto. Sempre di te.

Non per capire, ma per ridurre.
Perché riconoscerti significherebbe ammettere una mancanza interna che fa troppo rumore.

La cosa interessante è che chi sminuisce raramente lo fa per ciò che sei davvero, ma per ciò che rappresenti: uno specchio.
E gli specchi non offendono, mostrano.
Il problema è che non tutti sono pronti a guardarsi senza filtri.

Così nasce il bisogno di ridicolizzare, di distorcere, di raccontare una versione di te che sia più digeribile del confronto con sé stessi.
Non è cattiveria: è autodifesa psicologica.
È il tentativo maldestro di ristabilire una gerarchia che esiste solo nella loro testa.

Chi parla male di te non sta costruendo una verità: sta gestendo una frattura.
Una frattura tra ciò che vorrebbe essere e ciò che vede quando ti "incontra".
E allora ti riduce, ti etichetta, ti banalizza.
Per sentirsi, per un istante, meno piccolo.

La parte più ironica?
Nel tentativo di sminuirti, rendono evidente esattamente ciò che cercano di nascondere: insicurezza, confronto costante, bisogno di validazione.

Tu non devi difenderti.
Non devi spiegarti.
Chi ti comprende non ha bisogno di voci di sottofondo.
E chi ti scredita lo fa perché la tua semplice esistenza mette in crisi la sua narrativa personale.

Continua a essere ciò che sei.
Lascia che parlino.
Alcune persone non hanno altro modo per sentirsi presenti se non nominando chi le supera.

Silenziosamente, li hai già superati.






Appunti dal dopo

 C’è un momento, prima di addormentarsi, in cui la casa smette di fare rumore. Non perché sia silenziosa, ma perché smettiamo di ascoltarla. È lì che tornano le cose che abbiamo lasciato indietro. Non bussano. Si siedono accanto al letto come se avessero sempre avuto il diritto di farlo.

Io, in quel momento, penso alle versioni di me che non sono mai diventata. Le vedo chiaramente: quella che ha avuto il coraggio di restare, quella che ha saputo andarsene prima, quella che ha detto “ti amo” senza paura di sembrare ridicola, quella che ha taciuto per non ferire. Sono tutte vive, da qualche parte. Io no. Io sono quella che è sopravvissuta scegliendo male abbastanza volte da diventare reale.

Ci insegnano che il tempo cura, ma nessuno ci dice che il tempo, a volte, allunga solo l’ombra

 Alcune ferite non vogliono guarire: vogliono essere ricordate. Come una stanza chiusa a chiave in una casa in cui continuiamo ad abitare. Passiamo davanti alla porta ogni giorno fingendo che non esista, ma sappiamo esattamente cosa c’è dentro. Il profumo di qualcosa che non torna. Una frase detta a metà. Una promessa fatta senza capire il peso delle parole.

Il vero spaccacuore non è perdere qualcuno. È accorgersi di chi si è diventati dopo. È guardarsi allo specchio e riconoscere il volto, ma non più lo sguardo. È scoprire che sai stare da sola, sì, ma non come avevi immaginato: non forte, non libera, solo… abituata.

Ho amato persone che non erano pronte e ho fatto finta di non vederlo. Ho lasciato andare chi forse lo era, per paura di dover essere all’altezza. Ho confuso l’intensità con l’amore, la mancanza con il desiderio, il dolore con la profondità. E ogni volta mi dicevo: “Questa volta è diversa”. Non lo era. E forse nemmeno io.

C’è una stanchezza che non viene dal fare troppo, ma dal sentire troppo.

Una stanchezza che ti rende gentile solo in superficie . Continui a funzionare: lavori, rispondi ai messaggi, ridi nei momenti giusti. Ma dentro c’è una stanza spoglia, e al centro una sedia vuota. Su quella sedia si siedono i “se solo”. Se solo fossi stata meno me stessa o, forse, di più.

Scrivo questo non per trovare risposte, ma per fare spazio. Perché il dolore ignorato marcisce, mentre quello raccontato respira. E se anche solo una persona, leggendo, sentirà quel piccolo clic nello stomaco — quello che dice “non sono solo” — allora ne sarà valsa la pena.

Non prometto guarigione. Prometto sincerità. Prometto che si può andare avanti anche portando dentro nomi che non pronunciamo più. Prometto che la fragilità non è una colpa.

E se stasera, nel silenzio prima del sonno, qualcosa verrà a sedersi accanto a te, non scacciarlo subito. Ascoltalo. Forse non è lì per farti male. Forse è lì per ricordarti che, nonostante tutto, hai amato. E questo, anche quando fa male, è l’unica cosa che nessuna perdita può portarti via.




Quando il Natale si ferma e ti ascolta

 Per me il Natale non è una pausa felice: è una soglia.

Un punto dell’anno in cui le difese si abbassano e ciò che abbiamo tenuto sotto controllo torna a farsi sentire.
Non per ferirci, ma per ricordarci che siamo vivi anche lì dove fa male.

In questi giorni emerge la distanza tra chi siamo diventati e chi abbiamo dovuto essere per resistere.
Le parti adattate, quelle compiacenti, quelle che hanno imparato a stringere i denti invece di chiedere.
Il Natale, psicologicamente, è questo: il momento in cui il sistema smette di correre e l’anima chiede ascolto.

Non tutto ciò che riaffiora è luminoso.
Ci sono stanchezze profonde, solitudini non dette, rabbie educate al silenzio.
Ma ignorarle non le guarisce.
Riconoscerle sì.
Perché ciò che viene visto smette di agire nell’ombra.

Il nuovo anno non è una pagina bianca: è una pagina già scritta a matita.
Porta con sé schemi, paure, desideri antichi.
La vera possibilità non è cambiare tutto, ma interrompere ciò che ci fa male in automatico.
Un gesto consapevole alla volta.
Una scelta meno punitiva verso noi stessi.

Auguro un Natale che non anestetizzi, ma integri.
Che permetta di sentire senza il bisogno immediato di aggiustare.
E un anno nuovo che non chieda di essere forti, produttivi o migliori,
ma più allineati.
Più interi.
Più fedeli a ciò che, dentro, non vuole più essere ignorato.

Buon Natale.
Buon un anno nuovo in cui il rapporto più importante — quello con voi stessi — smetta di essere una lotta e diventi finalmente uno spazio sicuro.








giovedì 18 dicembre 2025

La cattiveria che dice “per favore”

 

E se la storia ce l’avessero raccontata al contrario?
Se il mostro non fosse quello con i denti,
ma quello con la faccia innocente e la morale pronta?

Cappuccetto Rosso entra nel bosco sapendo benissimo di non doverlo fare.
Disobbedisce. Devia. Curiosa.
Non è una vittima: è qualcuno che vuole vedere cosa succede.

Il lupo non mente.
Fa il lupo.
Ha fame, segue l’istinto, non finge di essere altro.

Cappuccetto invece impara presto l’arte più pericolosa di tutte:
sembrare buona mentre testa i limiti.
Sorridere mentre provoca.
Raccontare una storia in cui, comunque vada, lei sarà quella da salvare.

E se il vero predatore fosse chi usa l’innocenza come maschera?
Chi infrange le regole ma poi chiede protezione.
Chi entra nel bosco e, quando qualcosa va storto, grida allo scandalo.

Forse il lupo è solo il capro espiatorio perfetto:
brutto, solo, facile da odiare.
Uno a cui appiccicare addosso tutta la colpa
per non guardare in faccia la nostra.

Perché fa più comodo credere che il male sia riconoscibile.
Che abbia zanne, pelo scuro e occhi cattivi.
Fa molto più paura accettare che a volte il vero lupo
indossa un mantello rosso e chiede compassione.

Le favole non servono a insegnarci chi è buono o cattivo.
Servono a farci dormire tranquilli.

Ma il bosco, quello vero,
non è pieno di lupi.
È pieno di Cappuccetti Rossi che sanno benissimo dove stanno andando.

Quello che dice “con tutto il rispetto”
e poi affonda il coltello.

Quello sempre educato, sempre composto,
che non alza mai la voce, ma gode quando ti vede inciampare.

Il vero lupo non ringhia.
Sorride.
Usa le buone maniere come museruola morale per nascondere una fame che non ha mai imparato a gestire.

Sono quelli che parlano piano per sembrare superiori.
Che ti correggono con grazia mentre rosicano come animali chiusi in gabbia.

Educatissimi.
Impeccabili.
Avvelenati.

Il lupo vero almeno è onesto.
Ha denti, fame e istinto.

Cappuccetto Rosso invece ha imparato il trucco migliore: fare la vittima, fare la civile, fare la persona perbene, mentre coltiva rancore come fosse un giardino segreto.

E guai a smascherarli.
Perché allora sei tu quello “esagerato”.
Tu quello “poco elegante e cafone".
Tu quello “aggressivo”.

La loro arma non è la violenza.
È la passivo-aggressività con il fiocco.
Il giudizio sussurrato.
Il veleno servito freddo, con il tovagliolo sulle ginocchia.

Il mondo è pieno di lupi dichiarati.
Ma è infestato da Cappuccetti Rossi
che usano l’educazione per sentirsi superiori
e la morale per non guardare la propria miseria.

Occhio a chi è sempre corretto.
A chi non sbaglia mai tono.
A chi è “una persona così a modo”.

Perché  il bosco non è pericoloso per i mostri. Ma per chi ha imparato a mordere senza lasciare segni.

Occhio a chi è troppo a modo.
A volte non è educazione.
È veleno ben pettinato.





Mestoli assassini

 Ragazzi sono in vacanza.

Sì, adesso. Con Natale alle porte e quella frenesia collettiva che trasforma persone normalmente equilibrate in organizzatori di pranzi che durano più di un matrimonio.

C’è chi ha già stilato menù chilometrici, chi parla di “tradizione” con lo sguardo di chi non dorme da tre notti e chi ripete “tanto è semplice” mentre prepara dodici piatti, tre contorni e un dolce che richiede meditazione zen.
Io osservo. In silenzio. E prendo appunti mentali su cosa evitare nella vita.

I pranzi di Natale sono quell’esperimento sociale in cui si mangia troppo, si parla sopra gli altri e si finge entusiasmo per piatti “come li faceva la nonna” anche se la nonna, onestamente, aveva standard diversi.
Tutti bravissimi, tutti chef, tutti pronti a offendersi se lasci qualcosa nel piatto.

Io, con grande eleganza, mi dileguo dalla cucina.
Non per snobismo, ma per sopravvivenza. Perché tra il rumore dei mestoli, le opinioni non richieste e le guerre fredde sul tempo di cottura, serve un attimo di decompressione.

Natale arriva comunque, con il suo carico di tavolate infinite, sorrisi stiracchiati e “mangia che sei magro” detto a persone che non lo sono dal 2006.
Io mi preparo così: vacanza preventiva,  entrando poco, uscendo spesso e senza lasciare tracce.

Non contro il Natale.
Non ho mai capito perché tutto questo debba sembrare obbligatorio. Sedersi, sorridere, commentare ogni piatto come se fosse un evento storico. Come se non mangiare tutto fosse scortesia, alzarsi fosse scortesia e respirare in silenzio fosse scortesia.

Alla fine mi limito a sparire al momento giusto, che è molto più divertente.




mercoledì 17 dicembre 2025

Oltre lo Sguardo: Vite e Ritmi

 Ci sono vite che scorrono lontano dal nostro sguardo, invisibili eppure profondamente significative. Vite vissute, esperienze accumulate nel silenzio, memorie che si stratificano come note di una musica che scende lentamente, senza clamore, ma con intensità.

In ognuno di noi c’è la capacità di percepire questa armonia: nei gesti discreti, negli incontri fugaci, nelle parole non dette ma profondamente sentite. La positività non è sempre un’esplosione di gioia, ma spesso un fluire lento e costante, una luce che illumina piano, capace di trasformare la quotidianità in qualcosa di prezioso.

Guardare alle vite lontane, ascoltare le loro storie, significa anche riflettere sulla propria: sulle scelte compiute, sui momenti di respiro, sulle possibilità ancora da scoprire. Come una musica che si dispiega lentamente, impariamo ad assaporare ogni nota, a riconoscere le sfumature e a cogliere la profondità dei silenzi.

Forse, alla fine, vivere significa accogliere ogni esperienza con la stessa attenzione con cui si ascolta una melodia complessa: lasciarsi attraversare dalle sue tensioni e armonie, riconoscere la profondità dei silenzi, e scoprire, in ogni nota, la misura sottile della propria esistenza.


Il Punto Infinito

 Resto lì, ferma in un punto che non ha nome.

Non è un addio, non è un ritorno. È quel momento sottile in cui smetti di cercare appigli e lasci che le cose siano, anche se non sai ancora cosa farne.

Intorno tutto continua, ma dentro il tempo rallenta. I pensieri si muovono piano, come se avessero imparato il silenzio. Non c’è una decisione vera, solo una sensazione che prende spazio, lentamente.

So che qualcosa ha lasciato la presa,
e nel vuoto che resta non c’è subito dolore.
C’è piuttosto un’assenza diversa, più leggera, che non chiede spiegazioni.

Non so dire quando ho smesso di aspettare. Forse non è stata una scelta, ma una resa gentile. E in quella resa non c’è rabbia, solo la possibilità di restare senza dover capire tutto.

Forse non è la fine di qualcosa.
Forse è solo il punto in cui lascio che le cose accadano.




martedì 16 dicembre 2025

Dove finiscono le parole

 La fine non ha chiesto permesso.

Non ha fatto rumore. Non ha lasciato macerie evidenti.

È successa mentre qualcuno diceva “andrà tutto bene”, mentre le mani erano occupate a trattenere altro, mentre l’attenzione era altrove. Le cose importanti finiscono sempre così: senza testimoni, tranne chi resta.

Ora il mondo continua per inerzia.
Le strade portano ancora da qualche parte, ma non più dove promettevano. Le parole esistono, ma non reggono peso. E ci sono nomi che non si pronunciano più, non per rabbia, ma per esaurimento.

Ho capito  che alcune assenze sono eventi climatici.
Cambiano la temperatura di tutto.
Dopo, puoi anche ricostruire, ma il paesaggio non torna mai uguale.

Non sto cercando colpevoli.
Le apocalissi più vere non hanno un volto, hanno una sequenza di piccoli silenzi messi nel punto sbagliato. E quando te ne accorgi, è già dopo.

Questo non è dolore.
È il resoconto di ciò che resta.

E se ogni tanto ti sembra che qualcosa sia finito senza che tu l’abbia visto finire,
non è una sensazione.
È solo il mondo che continua, con una crepa in più.

Alcune fini non chiedono  nulla —
si limitano a tornare, la notte, a chiederti se le hai riconosciute in tempo.

Buonanotte






A un sognatore timido...Buon Compleanno

 Silvio, arrivo in ritardo, sì. Ma ci sono auguri che non hanno una data, hanno un peso.

Tu, che sogni avventure grandi come orizzonti lontani e amori profondi, di quelli che sembrano nati per sfidare il tempo e il destino. Tu, che custodisci tutto questo con una timidezza gentile, quasi segreta, come se i tuoi sogni fossero cose sacre da proteggere.

In un mondo che fa rumore, tu sei la prova che la profondità può essere silenziosa. Che si può desiderare l’infinito senza gridarlo.

Buon compleanno, amico mio. Che la vita abbia il coraggio di sorprenderti quanto tu ne hai di sognarla.





La dolcezza dell’assenza

 Quando tutti i tuoi affetti non esistono più, non “fai” quasi nulla.

Per un po' si sopravvive. Si impara a stare in piedi in una stanza diventata enorme, dove ogni eco ricorda qualcuno che non c’è.

All’inizio non pensi: il pensiero è troppo pesante.
C’è solo una stanchezza lenta, una specie di nebbia.
Ti chiedi dove sono finiti i nomi che pronunciavi senza sforzo, le voci che ti tenevano al mondo.
E a volte ti arrabbi con la vita, altre volte con il silenzio, più spesso con te stessa.

 E la pioggia?

Non ti ripari davvero.
Lasci che cada.

Ci sono giorni in cui ti bagna fino alle ossa, e capisci che nessun riparo è sufficiente.
Altri in cui trovi un angolo: un gesto ripetuto, una strada conosciuta, una tazza calda tra le mani, una frase letta per caso.
Non salvano, ma tengono insieme.

Col tempo impari questo:
non devi sostituire chi non c’è più,
non devi riempire il vuoto,
non devi diventare forte.

Devi solo restare permeabile.
Lasciare che qualcosa — anche minimo — continui a passarti attraverso.
Un albero visto ogni mattina.
Un animale che non chiede spiegazioni.
Il fatto ostinato che il cuore, contro ogni logica, continua a battere.

Non è una vittoria.
È una forma di fedeltà.

Alla fine, resti lì, con la pioggia addosso, e impari che resistere è un modo di amare.











Camminare nel buio

 Ho conosciuto l’inferno.

Non quello dei libri , dei sermoni o dei racconti di guerra, ma quello silenzioso che si insinua dentro e cambia il modo di guardare il mondo. Un luogo che  spezza, ma poi chiarisce. Lì ho imparato che la vita non accarezza sempre, che l’assenza lascia segni, e che restare in piedi quando tutto vacilla è una scelta quotidiana.

Ed è proprio per questo che oggi cerco la pace.
La cerco con consapevolezza, non per fuga ma per rispetto verso me stessa. La cerco nei confini che proteggono, nel silenzio che non chiede spiegazioni, nelle relazioni che non consumano energia a vuoto, ma la restituiscono.

Ma non confondere questa calma con fragilità.
È il risultato di battaglie interiori che non hanno fatto rumore. Ma se mi costringi, se oltrepassi ciò che ho imparato a custodire e difendere, saprò mostrarti l’inferno più brutto mai creato. Non per orgoglio, non per vendetta, ma perché conosco il buio e so come muovermi dentro di esso.

Chi ha conosciuto l’inferno non lo desidera più.
Sceglie la pace. Ma la sceglie con forza, perché non è resa né paura del conflitto, ma proteggere ciò che è rimasto intatto, portandolo dentro di sè silenzioso e definitivo.




domenica 14 dicembre 2025

Quando il tempo si è fermato per ascoltare

 14 dicembre 2025

Oggi non è un giorno qualunque.
È una riga sottile nel tempo, una fenditura luminosa tra ciò che siamo stati e ciò che avremo il coraggio di diventare.

Se stai leggendo queste parole, significa che sei arrivato fin qui.
Con cicatrici invisibili, sogni rimandati, risate improvvise e silenzi che hanno insegnato più di mille discorsi. Sei arrivato nonostante tutto.

Il mondo ti ha chiesto velocità, tu hai imparato la profondità.
Ti ha chiesto rumore, tu hai scelto il senso.
Ti ha chiesto di essere come gli altri, e tu — anche quando hai avuto paura — sei rimasto fedele a ciò che ti faceva vibrare il cuore.

Ricorda questo momento.
Ricorda che il tempo non è un nemico: è uno specchio.
E oggi riflette una verità semplice e potentissima: sei ancora qui.

Che questo 14 dicembre resti inciso non per ciò che hai perso,
ma per ciò che hai compreso.
Non per ciò che ti mancava,
ma per la forza che hai scoperto di avere.

Un giorno qualcuno leggerà queste parole — forse sarai tu, forse no —
e sentirà che non è solo.
Che anche nei giorni più freddi esiste una data che scalda.
Che anche nell’incertezza più profonda, qualcuno ha scelto di credere.

Oggi non promettiamo perfezione.
Promettiamo presenza.
Promettiamo verità.
Promettiamo di non dimenticarci di vivere.

14 dicembre 2025.
Il giorno in cui abbiamo deciso che il tempo non ci avrebbe consumati,
ma ricordati.




Perdonatemi se Ci Ritorno : Note a Margine dell’Eternità

 Ci sono storie che non smettono di chiamarmi, anche quando credo di averle già raccontate.

Quella di Dracula ed Elisabeta è una di queste.

Ho sentito il bisogno di scrivere di nuovo di questo amore eterno perché non è solo una storia gotica: è una ferita che attraversa il tempo, un sentimento che sopravvive alla fede, alla morte, persino all’immortalità. Rivedendo immagini, ascoltando suoni che sanno di mare e di cielo e lasciandomi avvolgere dall’estetica tragica e visionaria del Dracula di Luc Besson, ho capito che quell’amore stava ancora parlando.

Mi ha spinto il desiderio di raccontare un amore che non chiede salvezza ma riconoscimento, che non si spegne nella perdita ma si trasforma in attesa. Un amore che è condanna e poesia insieme, che vive nell’ombra ma nasce dalla luce più pura.

Scrivere di Dracula ed Elisabeta, ancora una volta, è stato un modo per tornare a credere che esistono legami capaci di sfidare il tempo, di abitare il silenzio e di rinascere in ogni epoca, ogni volta che qualcuno osa ricordarli.


Nel silenzio blu dell’eternità, Dracula ama Elisabeta come si ama una preghiera perduta.

Il mondo affonda : onde lente di cielo e memoria, un canto che non ha tempo. È lì che lui la ricorda. Elisabeta cade, ma non muore davvero: diventa eco, acqua, luce. Diventa promessa. E lui resta, inchiodato ai secoli, con il cuore che batte al contrario del sole.

Dracula non è solo tenebra. È attesa. È un uomo spezzato che attraversa le notti come un pellegrino, con il mantello carico di stelle spente. Ama Elisabeta con la ferocia di chi ha perso Dio nello stesso istante in cui ha perso l’amore. La sua immortalità è una condanna poetica: vivere abbastanza a lungo da ricordare ogni dettaglio del volto che non può più toccare.

Quando la rivede, reincarnata in un altro tempo, l’amore trema. Non chiede perdono, non chiede salvezza. Chiede solo di essere riconosciuto. Gli occhi parlano prima delle labbra: sei tu. E il sangue, finalmente, non è più fame ma linguaggio, patto, destino condiviso.

Come nel cinema che sogna, come nella musica che fluttua, l’amore di Dracula per Elisabeta è un abbraccio sospeso tra cielo e abisso. Non vuole possedere: vuole ricordare. Non vuole vincere la morte: vuole attraversarla insieme.

E così, nel blu profondo dell’anima, l’amore diventa eterno non perché non finisce mai, ma perché è disposto a perdersi… pur di ritrovarsi.




venerdì 12 dicembre 2025

Profondità zero, batteria al 100%: il nuovo eroe Vodafone.

 Lo spot Vodafone 2025 ci regala quell’epico momento in cui il protagonista vede una stella cadente e, da profondo pensatore quale è, desidera solo avere sempre lo smartphone nuovo.

Una mente brillante: illuminazione zero, luminosità schermo 100%.

Davanti all’immensità dell’universo, questo eroe del consumismo riesce a partorire l’equivalente emotivo di un bug software: “Dammi un telefono nuovo, ti prego, non reggo l’idea di un modello uscito tre mesi fa.”

Un capolavoro di profondità emotiva: il vuoto cosmico che contempla il vuoto cosmico.

Mentre l’universo intero si muove sopra la sua testa, lui concentra tutta la sua intelligenza su un pensiero così rivoluzionario che perfino un caricabatterie da due euro avrebbe più dignità

La stella cadente probabilmente non esaudisce il desiderio: sta solo cercando di schiantarsi il più lontano possibile da lui, trascinando con sé l’ultimo brandello di dignità rimasto alla scena. È come se l’intero cielo avesse detto: “No guarda, io questa non la reggo.”

Nel silenzio cosmico, persino le nebulose si mettono le mani nei capelli. Le galassie sospirano. Un buco nero, da qualche parte, rigetta materiale stellare per lo shock.
E mentre l’universo intero tenta di elaborare il trauma, lui continua a fissare il cielo come se stesse aspettando che Siri gli risponda dai pianeti.

Se l’obiettivo era mostrare un uomo con le priorità confuse, missione compiuta: è il primo caso noto di persona con il cervello in modalità risparmio energetico permanente.

 Una stella cade. E con lei, precipita anche la dignità.




Benvenuti in Echoes of Greatness

 Hai mai desiderato entrare davvero nella vita dei personaggi che hanno cambiato il mondo?

Hai mai voluto scoprire cosa si nasconde dietro le loro scelte, i loro trionfi, le loro cadute… e soprattutto la loro grandezza?

Su questo canale, ogni video è un viaggio.
Un tuffo nella storia di individui straordinari che, con il loro coraggio, il loro genio e la loro visione, hanno lasciato un’eco destinata a durare nel tempo.

Echoes of Greatness ti accompagna attraverso storie affascinanti, racconti avvincenti e ritratti emozionanti dei protagonisti che hanno segnato epoche e rivoluzionato il nostro presente.

Che si tratti di geni creativi, leader coraggiosi o pionieri visionari, qui scoprirai il lato umano dietro la leggenda.
Ogni video è pensato per ispirare, sorprendere e ricordarci che la grandezza nasce spesso da passi audaci e scelte difficili.

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Le loro storie meritano di essere raccontate… e tu meriti di ascoltarle.

Echoes of Greatness – Dove la storia prende vita.

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giovedì 11 dicembre 2025

In aria di vacanze natalizie… e particolarmente...

 Oggi scrivo perché

Sono in aria di vacanze natalizie

E, tra panettoni, luci sfavillanti e cene infinite, ho deciso di essere particolarmente cogliona.

Sì, hai letto bene.
Particolarmente cogliona.
Quella versione di te che sorride alle email inutili, che risponde ai messaggi in ritardo, che pensa: “Ok, forse questa volta va tutto bene”, mentre dentro sta urlando.

Le vacanze natalizie hanno questo potere magico: trasformarti in un mix di buonismo forzato, senso di colpa per non aver fatto tutto e propensione a fare scelte stupide solo perché “è Natale, si sa, siamo tutti più buoni”.

E io oggi sono lì.
A scrivere cose senza senso. A ridere di battute pessime. A comprare regali inutili.
A godermi il caos, perché tanto sappiamo tutti: la vita reale non è perfetta, ma almeno può essere divertente da coglioni.

Quindi sì, oggi sono in aria di vacanze e particolarmente cogliona.
Ma almeno, in questa versione natalizia, posso ridere di me stessa.
E forse, alla fine, è proprio questo il senso di tutto.




Felicità a noleggio

 Ogni mattina scrollo il feed e vedo persone che sorridono in spiaggia, fanno colazione con avocado perfetti, corrono al parco con il cane che sembra uscito da una pubblicità.

E io?
Io sto lì con il caffè freddo, pantaloni stropicciati e il cane che mi ciuccia la pantofola.

La verità è questa: la felicità costante sui social è un mito.
Un mito costruito con filtri, luci perfette e storytelling calibrato al millimetro.
E noi ci sentiamo sbagliati perché il nostro caffè non è “Instagrammabile”, perché la nostra vita ha giornate no, perché il nostro sorriso non è sempre smagliante.

Eppure, scorrendo il feed, dovrei essere felice.
Dovrei sentirmi ispirata.
Dovrei essere meno imperfetta, più glow, meno umana.

Spoiler: non funziona così.
La felicità costante sui social è un mito.
Un reality show mascherato da vita vera.

E allora scrolliamo ancora, cerchiamo approvazione in like che durano meno di un secondo, ci confrontiamo con vite che non esistono. Fino a quando ricordiamo: nessuno vive davvero come appare online.

La vita non è un feed.
La felicità non è costante. Né il mio caffè è perfetto, né il tuo sorriso è sempre smagliante.

La vita reale è storta, rumorosa, disordinata, caotica, inprevedibile, fragile, complicata, faticosa.

  L’unica perfezione possibile è accettare di essere umani.






Il mito della meritocrazia: una bugia che ci portiamo dentro

 Ci hanno sempre detto: “Se vuoi, puoi.”

“Chi si impegna, ce la fa.”
“Il talento basta.”

E noi ci abbiamo creduto.
Abbiamo studiato, lavorato, sacrificato notti e sorrisi pensando che prima o poi il mondo ci avrebbe premiato.

Ma la realtà è diversa.
Il mondo non premia sempre chi merita.
Premia chi ha connessioni, chi nasce nel posto giusto, chi ha fortuna.
E chi non ce l’ha? Lotta contro ostacoli invisibili, barriere economiche, pregiudizi che nessun talento può cancellare.

E allora ci sentiamo frustrati. Stanchi. Inadeguati.
Come se il problema fossimo noi, quando in realtà il problema è la narrazione comoda che ci hanno fatto bere: la meritocrazia.

Ma c’è una cosa che possiamo fare: riconoscere la realtà.
Riconoscere i nostri limiti.
Riconoscere i nostri meriti.
Proteggere la nostra dignità.
E continuare a provarci, anche se il mondo non è giusto.

Il coraggio non sta nel vincere sempre.
Sta nel continuare, giorno dopo giorno, sapendo che a volte il successo dipende da fattori che non possiamo controllare.
E va bene così.




Non è vero che la gente “non fa” perché non vuole.

 

Spesso non fa perché non può.

Viviamo in una cultura che ripete fino alla noia: “Se vuoi, puoi.”
È una frase motivazionale, certo. Ma è anche una semplificazione enorme.

La verità è che molte persone non hanno un problema di volontà: hanno un problema di spazio.
Spazio mentale, spazio emotivo, spazio economico, spazio di tempo.

C’è chi lavorerebbe ai propri sogni, se non fosse stanco morto dopo due turni di lavoro.
C’è chi cambierebbe vita, se non avesse paura di perdere l’unica stabilità che ha.
C’è chi inizierebbe nuovi progetti, se non avesse mille emergenze più urgenti da gestire.
C’è chi guarirebbe, se solo potesse permettersi di fermarsi.

Il punto non è giudicare.
Il punto è ricordare che ognuno avanza alla velocità che la sua vita gli permette.
E che la forza non è sempre nell’accelerare:
a volte è nel resistere, nel tenersi in piedi quando tutto tira in direzioni opposte.

Non c’è da colpevolizzarsi per ciò che non si riesce a fare.
C’è da riconoscere che, anche così, ogni giorno stai portando avanti una battaglia che pochi vedono.

E magari, un giorno, quando finalmente si aprirà un po’ di spazio, farai quei passi che oggi sembrano impossibili.
Non perché avrai più voglia.
Ma perché, finalmente, potrai.




Chi ha tempo, oggi, di ricaricare la sveglia la sera?

 Sembra una riflessione banale, quasi da lamentela da zio nostalgico… e invece no.

Perché pensateci: per decenni quel gesto – girare una rotellina, premere un tasto, controllare che la lancetta fosse al suo posto – è stato un rito. Un momento che chiudeva la giornata e apriva la promessa del domani.

Adesso?
Adesso la sveglia si carica da sola, si aggiorna da sola, suona da sola… e noi, paradossalmente, abbiamo sempre meno tempo di prima.

Perché che cos’è questo tempo che non abbiamo più?
Quello che sprechiamo scrollando i social “solo due minuti”?
Quello che usiamo per rispondere a un messaggio che poteva aspettare?
Quello che dedichiamo a una buonanotte mandata di fretta, senza neanche guardare davvero chi abbiamo accanto?

E allora fa quasi tenerezza pensare a quella vecchia sveglia da ricaricare.
Un’azione minuscola, lenta, inutile ai nostri occhi iper-digitali…
eppure profondamente umana.

 Non era una perdita di tempo. Era un modo per dirci: “Ehi, la giornata è finita. Adesso respira.”

E magari, mentre ricaricavamo la sveglia… ricaricavamo anche noi.

E poi, lo ammetto: io quella vecchissima sveglia la ricarico ancora.
Sta lì, sul mio comodino, con la sua storia, il suo ticchettio imperfetto e la sua ostinazione a restare.
E nessun cellulare, per quanto smart, potrà mai rubarle il suo posto d’onore.