Amica mia,
ti scrivo non per consolarti, né per dirti che “passerà”, perché so quanto queste parole, quando il dolore è vero, suonino vuote. Ti scrivo per stare dentro a ciò che stai vivendo, senza edulcorarlo, senza trasformarlo in una lezione morale o in un elenco di buoni consigli.
Il male d’amore che nasce dall’incomprensione è uno dei più laceranti. Non è il dolore di chi è stato semplicemente lasciato, ma di chi sente di non essere stato davvero visto. È una ferita sottile, perché non riguarda solo l’altro, riguarda la propria identità: se non mi ha compresa, allora chi sono io per lui? E, peggio ancora, chi sono io per me?
Quando l’incomprensione diventa il centro di una relazione, l’amore smette di essere uno spazio condiviso e si trasforma in un luogo di traduzione fallita. Tu parli una lingua emotiva, lui un’altra. Non perché uno dei due sia incapace di amare, ma perché amate partendo da mappe interiori diverse. E il dolore nasce proprio lì: nello sforzo continuo di spiegarsi, di chiarirsi, di farsi capire, come se l’amore fosse una negoziazione permanente invece che un riconoscimento.
C’è una crudeltà silenziosa nell’incomprensione: non urla, non insulta, non colpisce apertamente. Ti logora lentamente. Ti porta a dubitare delle tue emozioni, a ridimensionarle, a chiederti se stai esagerando, se sei troppo sensibile, troppo complessa, troppo. E mentre cerchi di semplificarti per essere amata, perdi contatto con ciò che sei davvero.
Il male d’amore, in questi casi, non è solo la mancanza dell’altro, ma la frattura interna che si crea quando per troppo tempo ti sei sentita sola anche se eri proprio lì. Perché la vera solitudine non è l’assenza, è non " incontrarsi". È parlare e non essere ascoltati al punto giusto. È amare e non sentirsi riconosciuti nella propria sincerità emotiva.
So che una parte di te continua a tornare lì, a quelle conversazioni mai finite, a quelle frasi che “se solo avessi detto meglio…”. Ma l’incomprensione profonda non si risolve con le parole giuste. Non è un errore di comunicazione, è una distanza di sguardo. Ma non tutto ciò che è distante può essere avvicinato senza che qualcuno smetta di essere se stesso.
Questo dolore ti sta chiedendo qualcosa di scomodo ma essenziale: smettere di misurare il tuo valore sulla capacità di essere capita da chi non ha gli strumenti per farlo. Non perché tu sia “troppo”, ma perché sei specifica. E ciò che è specifico non è per tutti.
Non ti sto dicendo di essere forte. Ti sto dicendo di essere onesta con il tuo dolore, di attraversarlo senza romanticizzarlo, senza trasformarlo in una storia da raccontare meglio. Questo non è un tuo fallimento dell’amore, è una rivelazione: l’amore non basta quando manca la comprensione reciproca. E questo non toglie dignità a ciò che hai provato.
Resta con te, anche mentre fa male. Non cercare subito un senso, non cercare subito una via d’uscita, una soluzione. Alcune ferite non chiedono di essere curate in fretta, ma ascoltate fino in fondo. Perché solo così smettono di definire chi siamo.
Io sono qui. Non per dirti cosa fare, ma per ricordarti chi sei e quanto vali anche adesso che fai fatica a riconoscerti.
Con tutto l’affetto possibile.
Francesca
Nessun commento:
Posta un commento