Stamattina ho aperto le finestre del balcone e il primo incontro con il mondo non è avvenuto attraverso la vista, ma attraverso l'olfatto.
Zagara e magnolia.
Due profumi diversi, quasi opposti, eppure perfettamente armonici. La zagara portava con sé una luminosità immediata, una nota chiara e vitale che sembrava espandere lo spazio. La magnolia, invece, aggiungeva profondità: una presenza più morbida, più complessa, quasi meditativa. Insieme non componevano semplicemente una fragranza; costruivano un'atmosfera emotiva.
Mi ha colpito una riflessione.
Viviamo in una civiltà dominata dalle immagini. Guardiamo continuamente. Scorriamo, osserviamo, confrontiamo. Eppure l'olfatto rimane il senso più vicino alle nostre zone interiori, quello che meno passa attraverso il filtro razionale. Un profumo non ci chiede il permesso di entrare: arriva e basta. E quando arriva, spesso trova porte che la memoria aveva lasciato socchiuse.
Ed è stato allora che il profumo della zagara e della magnolia ha smesso di essere soltanto il profumo di questa mattina.
Mi ha riportato a mia madre.
Non la ricordo semplicemente mentre curava il giardino. La ricordo come una presenza lieve, quasi sospesa tra la terra e la luce. Attraversava le sue aiuole con un'eleganza naturale, inconsapevole, come se appartenesse a quel paesaggio quanto i fiori stessi. Le sue mani sfioravano foglie e corolle con una delicatezza che non aveva nulla del possesso e tutto della custodia. Sembrava dialogare con la natura più che governarla.
Le aiuole che creava non erano soltanto belle. Avevano una grazia particolare, un equilibrio fatto di colori, profumi e silenzi. Ogni fioritura appariva spontanea, eppure dietro quella apparente semplicità viveva una sensibilità raffinata, quasi poetica. C'era qualcosa di profondamente femminile e armonioso nel suo modo di prendersi cura della bellezza: non imponeva una forma, la accompagnava.
E poi rivedo mio padre.
Dalla finestra del suo studio la osservava in silenzio. Non era lo sguardo distratto di chi guarda una scena abituale. Era l'attenzione quieta di chi riconosce un privilegio. Oggi penso che non stesse contemplando soltanto il giardino. Stesse contemplando lei. La sua grazia, la sua dedizione, quel modo quasi luminoso di abitare il mondo.
Oggi capisco che l'amore più profondo spesso si manifesta così: nel tempo che dedichiamo a osservare qualcuno essere ciò che è. Senza interromperlo. Senza chiedergli nulla. Con la sola gratitudine della presenza.
Forse è questo il potere dei profumi: non riportano alla mente soltanto le persone che abbiamo amato, ma l'atmosfera che esse sapevano creare intorno a sé. Un modo di stare al mondo. Una qualità dell'anima.
La memoria, in fondo, non conserva i fatti. Conserva le essenze.
Questa mattina, tra la zagara e la magnolia, non ho ricordato soltanto mia madre. Ho ritrovato la sua eleganza silenziosa, la sua leggerezza, quella capacità rara di rendere più bello ogni spazio che attraversava. E ho ritrovato mio padre, fermo alla finestra, avvolto da uno sguardo che conteneva ammirazione, tenerezza e amore.
Per qualche minuto ho avuto la sensazione che il tempo si fosse piegato su se stesso.
Che la fragranza dei fiori non provenisse soltanto dal giardino di oggi, ma anche da quello di ieri.
E così, per qualche minuto, tra la zagara e la magnolia, mia madre era di nuovo nel suo giardino e mio padre era ancora alla finestra. Un giorno mi accorgo che ciò che credevo di aver perduto è ancora qui, nella sensibilità con cui io sento tutto il mondo.
Non come nostalgia di ciò che è stato, ma come presenza silenziosa di ciò che continua ad essere.
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