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martedì 13 gennaio 2026

L’abbraccio sbagliato

 L’abbraccio arriva tardi, o forse troppo presto.

Le braccia non trovano la giusta misura, il corpo non sa dove appoggiarsi.
Troppo vicino, troppo lontano, come se entrambi aveste paura dello spazio che l’altro occupa davvero.

Per un secondo senti il calore, ma è solo superficie.
Poi la distanza ritorna, improvvisa, come se un elastico invisibile vi separasse di nuovo.
Non c’è rabbia, non c’è rancore.
Solo quel leggero vuoto che resta, come se qualcosa di importante fosse scivolato tra di voi e nessuno se ne accorgesse fino a troppo tardi.

E quando vi separate,  l’intimità vera in quell’abbraccio è stata persa. Non c’è più possibilità di ricrearla, non c’è spazio per recuperarla.

Quell’abbraccio sbagliato non era solo imperfetto: era definitivo.







A chi giudica tutti tranne se stessa

 

Non sono sicura se dovrei davvero scrivere.
Forse non ha senso. Forse sto solo dando attenzione a qualcosa che non merita.

Ti scrivo senza intenzione di convincerti o rassicurarti. Solo per dire ciò che, forse, nessuno ti dice più.

C’è una durezza che non è forza, ma abitudine. Un modo di parlare, giudicare, liquidare gli altri che con il tempo smette di essere una reazione e diventa una posizione fissa. Da lì in poi, tutto viene letto attraverso la stessa lente: le persone sono insufficienti, il mondo è mediocre, l’errore altrui è sempre più visibile del proprio.

Quando parli male di tutti, non stai esercitando onestà. Stai prendendo distanza. Il giudizio continuo non chiarisce: semplifica. Serve a non restare, a non approfondire, a non correre il rischio di scoprire che l’altro non è così facile da ridurre. È una scelta, anche quando viene vissuta come istinto.

Non sei franca: sei offensiva. Non sei esigente: sei svalutante. E chiamare tutto questo “carattere” è solo un modo elegante per non assumertene la responsabilità.

Dici di volerti considerare una persona corretta e sensibile. Ma ciò che una persona è non coincide con l’immagine che coltiva di sé. Coincide con il modo in cui tratta ciò che non la soddisfa. E in questo, la discrepanza è evidente.

La rabbia costante non comunica intensità, comunica chiusura. Non rende più lucidi, rende meno permeabili. Chi vive così finisce per confondere la durezza con la verità e l’offesa con la franchezza. Ma la franchezza non ha bisogno di umiliare, e la verità non ha bisogno di disprezzo.

C’è una solitudine che non nasce dall’essere fraintesi, ma dall’essere invisibili. Non perché manchino le occasioni, ma perché ogni incontro viene filtrato da una difesa che non si abbassa mai. E ciò che non si abbassa non incontra: respinge.

Essere sensibili non è un’intenzione né un tratto da rivendicare. È un effetto misurabile. Se intorno a te restano solo distanza, risentimento o silenzio, vale la pena chiedersi non chi siano gli altri, ma quale spazio rendi possibile.

Non è un’accusa. È una constatazione. Perché a lungo andare la rabbia non protegge: isola. E quando diventa l’unico linguaggio, non dice più nulla di nuovo. Dice solo che qualcosa dentro di te, da tempo, è rimasto indietro.

 Se nessuno resta, non è perché dici la verità. È perché la usi per ferire.

Ma ferire non è un risultato. È l’atto più semplice che ci sia.
Non richiede intelligenza, non richiede profondità, non produce nulla.
Lascia tutto esattamente come prima, solo più povero.Il danno che infliggi non insegna, non cambia nulla, non lascia traccia. È un atto piccolo, prevedibile, vuoto.

Distruggere non è incidere. È solo consumare. E chi consuma gli altri senza costruire nulla non sta vincendo: sta solo ripetendo lo stesso gesto, finché perde significato. Non insegna, non cambia nulla, non conta.

La tua verità non pesa per ciò che rivela, ma per ciò che manca.
E quando l’unico effetto è il danno, non è potere: è sterilità.

È il gesto più banale, mascherato da importanza.  Chi riduce gli altri per sentirsi grande mostra solo la propria mediocrità.







martedì 30 dicembre 2025

Una lettera per te, senza risposta.

 Amica mia,

ti scrivo non per consolarti, né per dirti che “passerà”, perché so quanto queste parole, quando il dolore è vero, suonino vuote. Ti scrivo per stare dentro a ciò che stai vivendo, senza edulcorarlo, senza trasformarlo in una lezione morale o in un elenco di buoni consigli.

Il male d’amore che nasce dall’incomprensione è uno dei più laceranti. Non è il dolore di chi è stato semplicemente lasciato, ma di chi sente di non essere stato davvero visto. È una ferita sottile, perché non riguarda solo l’altro, riguarda la propria identità: se non mi ha compresa, allora chi sono io per lui? E, peggio ancora, chi sono io per me?

Quando l’incomprensione diventa il centro di una relazione, l’amore smette di essere uno spazio condiviso e si trasforma in un luogo di traduzione fallita. Tu parli una lingua emotiva, lui un’altra. Non perché uno dei due sia incapace di amare, ma perché amate partendo da mappe interiori diverse. E il dolore nasce proprio lì: nello sforzo continuo di spiegarsi, di chiarirsi, di farsi capire, come se l’amore fosse una negoziazione permanente invece che un riconoscimento.

C’è una crudeltà silenziosa nell’incomprensione: non urla, non insulta, non colpisce apertamente. Ti logora lentamente. Ti porta a dubitare delle tue emozioni, a ridimensionarle, a chiederti se stai esagerando, se sei troppo sensibile, troppo complessa, troppo. E mentre cerchi di semplificarti per essere amata, perdi contatto con ciò che sei davvero.

Il male d’amore, in questi casi, non è solo la mancanza dell’altro, ma la frattura interna che si crea quando per troppo tempo ti sei sentita sola anche se eri proprio lì. Perché la vera solitudine non è l’assenza, è non " incontrarsi". È parlare e non essere ascoltati al punto giusto. È amare e non sentirsi riconosciuti nella propria sincerità emotiva.

So che una parte di te continua a tornare lì, a quelle conversazioni mai finite, a quelle frasi che “se solo avessi detto meglio…”. Ma l’incomprensione profonda non si risolve con le parole giuste. Non è un errore di comunicazione, è una distanza di sguardo. Ma non tutto ciò che è distante può essere avvicinato senza che qualcuno smetta di essere se stesso.

Questo dolore ti sta chiedendo qualcosa di scomodo ma essenziale: smettere di misurare il tuo valore sulla capacità di essere capita da chi non ha gli strumenti per farlo. Non perché tu sia “troppo”, ma perché sei specifica. E ciò che è specifico non è per tutti.

Non ti sto dicendo di essere forte. Ti sto dicendo di essere onesta con il tuo dolore, di attraversarlo senza romanticizzarlo, senza trasformarlo in una storia da raccontare meglio. Questo non è un tuo fallimento dell’amore, è una rivelazione: l’amore non basta quando manca la comprensione reciproca. E questo non toglie dignità a ciò che hai provato.

Resta con te, anche mentre fa male. Non cercare subito un senso, non cercare subito una via d’uscita, una soluzione. Alcune ferite non chiedono di essere curate in fretta, ma ascoltate fino in fondo. Perché solo così smettono di definire chi siamo.

Io sono qui. Non per dirti cosa fare, ma per ricordarti chi sei e quanto vali anche adesso che fai fatica a riconoscerti.

Con tutto l’affetto possibile. 

Francesca




lunedì 29 dicembre 2025

Ciò che precede il nome



C’è una forza che precede il nome delle cose.
Non chiede, non avverte, non si lascia trattenere.

Attraversa i corpi, le epoche, le scelte,
e lascia ovunque il segno di un passaggio inevitabile.

È tensione, è slancio,
è ciò che rompe l’equilibrio e rende necessario il movimento.

In essa l’amore diventa vasto come il mondo,
il desiderio perde forma e diventa direzione,
la passione smette di appartenere a qualcuno
e diventa destino condiviso.

Non consola, non promette:
spinge, trascina, trasforma.

E chi la sente non cerca più rifugio, ma verità. 

Anno nuovo, passo esatto

 Il nuovo anno mi trova inquieta.

Non composta, non pacificata.
In movimento, anche quando sto ferma.

Non sono paziente, non lo sono mai stata.
Io sento prima di capire,
voglio subito,
e quando rimando non è saggezza:
è perché non so dove mettere l’urgenza
senza fare danni.

Porto addosso una colpa precisa:
quella di aver forzato il silenzio
quando dentro c’era rumore.
Di  essermi trattenuta per paura di eccedere,
di essere troppo,
di chiedere troppo,
di perdere tutto.

So quando mi sono tradita:
non aspettando,
ma fermandomi.
Facendo finta di poter contenere
ciò che per natura straripa.

Questo nuovo anno non lo voglio calmo.
Lo voglio esatto.

Non più compromessi interiori,
non più trattative con ciò che so già.
Voglio stare dove sono,
anche quando è scomodo,
anche quando non è risolvibile subito.

Non credo nel perdono come passaggio obbligato.
Io non assolvo,
non riscrivo il passato per renderlo sopportabile.
Lascio le cose dove sono state
e continuo a camminare.

Per me andare avanti
non è chiudere in pace,
è non tornare più indietro.

Il nuovo anno non è una svolta.
È una resa al vero.

Ci entro senza proclami
e senza difese nuove.
Con la consapevolezza netta
che ignorarmi mi costa più
di qualsiasi conseguenza.

Che questo nuovo anno non vi trovi appiattiti sulle apparenze,
né ad aspettare che la vita vi conceda il permesso di essere veri.
Che vi incontri nell’urgenza dei vostri desideri,
nella limpidezza dei vostri passi,
senza scuse, senza compromessi.
Che sia un anno di esattezza,
per ognuno di noi,
nel coraggio di restare fedeli a ciò che siamo.





lunedì 22 dicembre 2025

Tra un gesto e un’idea

 Oggi ho deciso di prendere la strada stretta che percorriamo sempre dopo il bar, quella con le foglie gialle che si accumulano vicino ai lampioni e il rumore dei passi che rimbomba tra i muri bassi delle case, e per un attimo ho pensato a come tu ti muovi sempre nello stesso punto quando arrivi qui. Ho preso il caffè al solito bar, quello con le tazze rotte ma che conosciamo a memoria, e ho guardato fuori senza nemmeno accorgermene. Mi sono sorpresa a pensare che tu probabilmente stai facendo la stessa cosa in qualche angolo della città, senza sapere che io ci sto pensando.Ho camminato piano, quasi come se volessi allungare quel momento, e mi sono sorpresa a immaginarti lì, fermo davanti alla stessa finestra al terzo piano, il gesto che fai sempre quando guardi fuori, come se cercassi qualcosa che solo tu sai.  

Per un attimo ho sorriso da sola, pensando a come ogni piccolo dettaglio di te – quel modo strano di muovere le mani, , la tua risata che a volte parte senza motivo – riesca a rendere tutto il resto più vivido. Non c’era bisogno di parlarsi, non ancora, eppure sentivo la tua presenza come se fossi lì, accanto a me, nella stessa aria, nello stesso silenzio condiviso senza parole.

Ho continuato a camminare, e ogni passo sembrava legato a quell’immagine: il tuo sguardo che si ferma su qualcosa di insignificante e lo trasforma in un piccolo rituale che solo io ho notato, solo io so leggere. Mi sono resa conto che certe connessioni non hanno fretta, non hanno bisogno di conferme immediate: esistono già nelle abitudini, nei gesti ripetuti, nelle piccole cose che agli altri sembrano invisibili.

E mentre il vento mi portava l’odore del caffè dal bar all’angolo, ho sentito quella strana leggerezza, un’energia silenziosa che non pesa, che non delude. È la certezza che certe persone, anche se solo immaginate in un momento come questo, hanno già il potere di cambiarti la percezione del mondo, di rendere il quotidiano più vivo, più tuo, più vero.




Specchi rotti: messaggio per Fox

 C’è una categoria di persone che ti acolta...... 

E poi parla. Parla tanto. Sempre di te.

Non per capire, ma per ridurre.
Perché riconoscerti significherebbe ammettere una mancanza interna che fa troppo rumore.

La cosa interessante è che chi sminuisce raramente lo fa per ciò che sei davvero, ma per ciò che rappresenti: uno specchio.
E gli specchi non offendono, mostrano.
Il problema è che non tutti sono pronti a guardarsi senza filtri.

Così nasce il bisogno di ridicolizzare, di distorcere, di raccontare una versione di te che sia più digeribile del confronto con sé stessi.
Non è cattiveria: è autodifesa psicologica.
È il tentativo maldestro di ristabilire una gerarchia che esiste solo nella loro testa.

Chi parla male di te non sta costruendo una verità: sta gestendo una frattura.
Una frattura tra ciò che vorrebbe essere e ciò che vede quando ti "incontra".
E allora ti riduce, ti etichetta, ti banalizza.
Per sentirsi, per un istante, meno piccolo.

La parte più ironica?
Nel tentativo di sminuirti, rendono evidente esattamente ciò che cercano di nascondere: insicurezza, confronto costante, bisogno di validazione.

Tu non devi difenderti.
Non devi spiegarti.
Chi ti comprende non ha bisogno di voci di sottofondo.
E chi ti scredita lo fa perché la tua semplice esistenza mette in crisi la sua narrativa personale.

Continua a essere ciò che sei.
Lascia che parlino.
Alcune persone non hanno altro modo per sentirsi presenti se non nominando chi le supera.

Silenziosamente, li hai già superati.






Appunti dal dopo

 C’è un momento, prima di addormentarsi, in cui la casa smette di fare rumore. Non perché sia silenziosa, ma perché smettiamo di ascoltarla. È lì che tornano le cose che abbiamo lasciato indietro. Non bussano. Si siedono accanto al letto come se avessero sempre avuto il diritto di farlo.

Io, in quel momento, penso alle versioni di me che non sono mai diventata. Le vedo chiaramente: quella che ha avuto il coraggio di restare, quella che ha saputo andarsene prima, quella che ha detto “ti amo” senza paura di sembrare ridicola, quella che ha taciuto per non ferire. Sono tutte vive, da qualche parte. Io no. Io sono quella che è sopravvissuta scegliendo male abbastanza volte da diventare reale.

Ci insegnano che il tempo cura, ma nessuno ci dice che il tempo, a volte, allunga solo l’ombra

 Alcune ferite non vogliono guarire: vogliono essere ricordate. Come una stanza chiusa a chiave in una casa in cui continuiamo ad abitare. Passiamo davanti alla porta ogni giorno fingendo che non esista, ma sappiamo esattamente cosa c’è dentro. Il profumo di qualcosa che non torna. Una frase detta a metà. Una promessa fatta senza capire il peso delle parole.

Il vero spaccacuore non è perdere qualcuno. È accorgersi di chi si è diventati dopo. È guardarsi allo specchio e riconoscere il volto, ma non più lo sguardo. È scoprire che sai stare da sola, sì, ma non come avevi immaginato: non forte, non libera, solo… abituata.

Ho amato persone che non erano pronte e ho fatto finta di non vederlo. Ho lasciato andare chi forse lo era, per paura di dover essere all’altezza. Ho confuso l’intensità con l’amore, la mancanza con il desiderio, il dolore con la profondità. E ogni volta mi dicevo: “Questa volta è diversa”. Non lo era. E forse nemmeno io.

C’è una stanchezza che non viene dal fare troppo, ma dal sentire troppo.

Una stanchezza che ti rende gentile solo in superficie . Continui a funzionare: lavori, rispondi ai messaggi, ridi nei momenti giusti. Ma dentro c’è una stanza spoglia, e al centro una sedia vuota. Su quella sedia si siedono i “se solo”. Se solo fossi stata meno me stessa o, forse, di più.

Scrivo questo non per trovare risposte, ma per fare spazio. Perché il dolore ignorato marcisce, mentre quello raccontato respira. E se anche solo una persona, leggendo, sentirà quel piccolo clic nello stomaco — quello che dice “non sono solo” — allora ne sarà valsa la pena.

Non prometto guarigione. Prometto sincerità. Prometto che si può andare avanti anche portando dentro nomi che non pronunciamo più. Prometto che la fragilità non è una colpa.

E se stasera, nel silenzio prima del sonno, qualcosa verrà a sedersi accanto a te, non scacciarlo subito. Ascoltalo. Forse non è lì per farti male. Forse è lì per ricordarti che, nonostante tutto, hai amato. E questo, anche quando fa male, è l’unica cosa che nessuna perdita può portarti via.




Quando il Natale si ferma e ti ascolta

 Per me il Natale non è una pausa felice: è una soglia.

Un punto dell’anno in cui le difese si abbassano e ciò che abbiamo tenuto sotto controllo torna a farsi sentire.
Non per ferirci, ma per ricordarci che siamo vivi anche lì dove fa male.

In questi giorni emerge la distanza tra chi siamo diventati e chi abbiamo dovuto essere per resistere.
Le parti adattate, quelle compiacenti, quelle che hanno imparato a stringere i denti invece di chiedere.
Il Natale, psicologicamente, è questo: il momento in cui il sistema smette di correre e l’anima chiede ascolto.

Non tutto ciò che riaffiora è luminoso.
Ci sono stanchezze profonde, solitudini non dette, rabbie educate al silenzio.
Ma ignorarle non le guarisce.
Riconoscerle sì.
Perché ciò che viene visto smette di agire nell’ombra.

Il nuovo anno non è una pagina bianca: è una pagina già scritta a matita.
Porta con sé schemi, paure, desideri antichi.
La vera possibilità non è cambiare tutto, ma interrompere ciò che ci fa male in automatico.
Un gesto consapevole alla volta.
Una scelta meno punitiva verso noi stessi.

Auguro un Natale che non anestetizzi, ma integri.
Che permetta di sentire senza il bisogno immediato di aggiustare.
E un anno nuovo che non chieda di essere forti, produttivi o migliori,
ma più allineati.
Più interi.
Più fedeli a ciò che, dentro, non vuole più essere ignorato.

Buon Natale.
Buon un anno nuovo in cui il rapporto più importante — quello con voi stessi — smetta di essere una lotta e diventi finalmente uno spazio sicuro.








giovedì 18 dicembre 2025

La cattiveria che dice “per favore”

 

E se la storia ce l’avessero raccontata al contrario?
Se il mostro non fosse quello con i denti,
ma quello con la faccia innocente e la morale pronta?

Cappuccetto Rosso entra nel bosco sapendo benissimo di non doverlo fare.
Disobbedisce. Devia. Curiosa.
Non è una vittima: è qualcuno che vuole vedere cosa succede.

Il lupo non mente.
Fa il lupo.
Ha fame, segue l’istinto, non finge di essere altro.

Cappuccetto invece impara presto l’arte più pericolosa di tutte:
sembrare buona mentre testa i limiti.
Sorridere mentre provoca.
Raccontare una storia in cui, comunque vada, lei sarà quella da salvare.

E se il vero predatore fosse chi usa l’innocenza come maschera?
Chi infrange le regole ma poi chiede protezione.
Chi entra nel bosco e, quando qualcosa va storto, grida allo scandalo.

Forse il lupo è solo il capro espiatorio perfetto:
brutto, solo, facile da odiare.
Uno a cui appiccicare addosso tutta la colpa
per non guardare in faccia la nostra.

Perché fa più comodo credere che il male sia riconoscibile.
Che abbia zanne, pelo scuro e occhi cattivi.
Fa molto più paura accettare che a volte il vero lupo
indossa un mantello rosso e chiede compassione.

Le favole non servono a insegnarci chi è buono o cattivo.
Servono a farci dormire tranquilli.

Ma il bosco, quello vero,
non è pieno di lupi.
È pieno di Cappuccetti Rossi che sanno benissimo dove stanno andando.

Quello che dice “con tutto il rispetto”
e poi affonda il coltello.

Quello sempre educato, sempre composto,
che non alza mai la voce, ma gode quando ti vede inciampare.

Il vero lupo non ringhia.
Sorride.
Usa le buone maniere come museruola morale per nascondere una fame che non ha mai imparato a gestire.

Sono quelli che parlano piano per sembrare superiori.
Che ti correggono con grazia mentre rosicano come animali chiusi in gabbia.

Educatissimi.
Impeccabili.
Avvelenati.

Il lupo vero almeno è onesto.
Ha denti, fame e istinto.

Cappuccetto Rosso invece ha imparato il trucco migliore: fare la vittima, fare la civile, fare la persona perbene, mentre coltiva rancore come fosse un giardino segreto.

E guai a smascherarli.
Perché allora sei tu quello “esagerato”.
Tu quello “poco elegante e cafone".
Tu quello “aggressivo”.

La loro arma non è la violenza.
È la passivo-aggressività con il fiocco.
Il giudizio sussurrato.
Il veleno servito freddo, con il tovagliolo sulle ginocchia.

Il mondo è pieno di lupi dichiarati.
Ma è infestato da Cappuccetti Rossi
che usano l’educazione per sentirsi superiori
e la morale per non guardare la propria miseria.

Occhio a chi è sempre corretto.
A chi non sbaglia mai tono.
A chi è “una persona così a modo”.

Perché  il bosco non è pericoloso per i mostri. Ma per chi ha imparato a mordere senza lasciare segni.

Occhio a chi è troppo a modo.
A volte non è educazione.
È veleno ben pettinato.