Diciamolo senza girarci intorno: questo Cime tempestose del 2026 è tutto tranne che Cime tempestose.
Emily Brontë ha scritto un romanzo gotico, viscerale, sporco di vento e rancore, abitato da personaggi moralmente disturbanti, brutali, ossessivi. Qui invece abbiamo un melodramma levigato, esteticamente patinato, che usa il titolo come un’etichetta vintage da appiccicare sopra una storia che con il romanzo condivide poco più dei nomi.
Heathcliff? Un cosplay emotivo.
Nel libro, Heathcliff è un enigma feroce: scuro, selvatico, marginale, cresciuto nel rancore e trasformato in una macchina di vendetta. È sgradevole, crudele, disturbante.
Qui diventa un protagonista romantico da copertina, ripulito, addolcito, privato di quella ferinità che lo rendeva unico e inquietante. La sua alterità non è più una ferita sociale e razziale: è un dettaglio estetico.
Il risultato? Un anti-eroe trasformato in fidanzato problematico.
Catherine? Dove sono l’isteria, l’egoismo, la furia?
Catherine Earnshaw nel romanzo è capricciosa, manipolatrice, selvaggia quanto la brughiera che la circonda. Ama Heathcliff come si ama una malattia.
Nel film diventa una protagonista romantica generica, tormentata sì, ma in modo instagrammabile. Nessuna vera sporcizia emotiva. Nessuna distruttività autentica.
È come se qualcuno avesse preso la loro relazione tossica e l’avesse filtrata con un preset “soft drama”.
Personaggi evaporati.
Sparizioni inspiegabili, riduzioni drastiche, ruoli compressi fino all’irrilevanza.
Personaggi fondamentali per l’architettura morale del romanzo vengono sacrificati o ridimensionati, e con loro scompare l’idea stessa di eredità della violenza e del rancore che attraversa le generazioni.
Il mondo di Brontë era un ecosistema crudele e coerente. Qui resta solo uno sfondo decorativo.
La brughiera… ma dov’è la brughiera?
In Brontë il paesaggio è un personaggio. Il vento, il fango, il gelo: tutto partecipa al dramma.
Nel film diventa scenografia elegante. Bella, certo. Ma innocua. Non graffia, non sporca, non morde.
E Cime tempestose senza natura ostile è come togliere il sangue da un dramma gotico: resta la posa, non resta la ferita.
Il vero problema
Non è l’idea di reinterpretare un classico. Le reinterpretazioni possono essere brillanti.
Il problema è usare il titolo e svuotarlo dall’interno.
Se vuoi fare una storia romantica moderna e stilizzata, fallo.
Ma non chiamarla Cime tempestose se poi non hai il coraggio di portare sullo schermo la crudeltà, l’ambiguità morale e la violenza emotiva che rendono il romanzo di Emily Brontë un capolavoro disturbante.
Questo film non è un adattamento.
È un’operazione cosmetica.
E la brughiera, intanto, resta fuori dalla porta.
E alla fine, tolti il romanzo, i personaggi, la ferocia, il contesto sociale, la brughiera e l’anima, resta una sola cosa davvero evidente e inoppugnabile:
la sfavillante bellezza dei protagonisti.
Abbagliante. Lucidata. Irreprensibile.Talmente perfetta da diventare l’unico vero contenuto del film.
Peccato che Cime tempestose non sia mai stata una storia sulla bellezza,
ma sulla deformazione dell’amore, sulla crudeltà, sull’ossessione e sulla rovina.
Qui invece tutto è bellissimo. E completamente vuoto.
👉Guardate invece questa versione o, meglio ancora, leggete il romanzo.
Favoloso Ralph Fiennes👍
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